WILD BEAST (di Chiara Colli – Roma)

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wildbeast WILD BEAST (di Chiara Colli   Roma)

La storia della prova del secondo album la sanno tutti. Una band esordisce col botto, si gode il successo, prende tempo per un nuovo disco che non deluda le aspettative e poi, come una maledizione, qualcosa va storto. Il secondo album è il tallone d’Achille di molti gruppi. Ma non dei Wild Beasts. Quattro ragazzi da Kendal, paesino sperduto nel nord del Regno Unito. Quattro (oggi) poco più che ventenni, che si conoscono fin dalla scuola e che, dopo 3 EP ed un passaggio alla BBC, firmano per la Domino. La loro musica è definita “erotic downbeat”. Elegante, ballabile, fascinoso. Limbo, Panto, datato 2008, è l’esordio che non passa inosservato, anche grazie alla voce ambigua e raffinata di Hayden Thorpe, novello Anthony Hegarty. La prova del nove, arriva già nel 2009. Ogni infausta tradizione che li vorrebbe ripetitivi ed opachi è smentita. Two Dancers è tra i dischi dell’anno di molte testate. Il falsetto di Hayden che dialoga con la voce baritonale del bassista Tom Fleming. Il contrasto tra testi erotici e colti e sonorità giocosamente pop che si intensifica. I ragazzi sono (già) cresciuti. E dal vivo, sorprendono. L’opportunità di vederli nel Belpaese arriva proprio ad aprile. A Roma, in particolare, saranno ospiti – l’11 Aprile al Parco della Musica – di Meet In Town, Festival dedicato ad elettronica e sperimentazione. Mentre in Sala Santa Cecilia John Cale (con Lisa Gerrard, Mark Lanegan, Mercury Rev ed altri) omaggerà Nico nel progetto speciale “A Life Along the Borderline”, Plaid, Soap & Skin, Daedelus, Bugge Wesseltoft ed Henrik Schwarz (tanto per citarne alcuni) si alterneranno negli altri spazi dell’Auditorium. E forse, in Teatro Studio, come promesso da Tom, i Wild Beasts, suoneranno anche Sylvia, A Melodrama. Richieste a parte, nonostante l’hype piombato sulla band, Tom Fleming è un tipo cortese, dalla parlantina veloce e i numerosi “grazie”. Il giorno in cui chiacchieriamo al telefono i Wild Beasts sono a Norwich, dove “sembra primavera”. S&V: Raccontaci cosa vi accomuna al movimento Les Fauves e come è nato questo nome?. Inizialmente ci chiamavamo Fauve, ma a un certo punto lo abbiamo dovuto tradurre per darci un tono più serio. Si riferisce più a come le cose sono vissute che a come sono realmente, al fatto che i fauvisti non si conformavano al gusto dell’epoca, ma erano liberi. Che è un po’ il nostro modo di fare musica, cercando di non preoccuparci e di fare quello che sentiamo, anche se inizialmente non viene compreso. Il passaggio dal primo al secondo album è stato molto veloce. Che evoluzione c’è stata? Nel primo album eravamo una band sconosciuta da un posto sconosciuto, dovevamo come dimostrare qualcosa; c’abbiamo messo molte idee, l’album è costato parecchio ma non ha venduto granché. Però in poco tempo abbiamo imparato molto, di quello che volevamo e di come lavorarci su. Per questo Two Dancers è arrivato velocemente, volevamo fotografarci all’istante, condensare un momento. Nell’album ci sono meno idee rispetto all’esordio, direi solo 3-4 melodie, ed è anche più corto e più sporco, ma abbiamo messo più a fuoco il nostro suono ed è stato un lavoro più intenso. Spiegaci il ruolo della sessualità nei testi. Two Dancers è, in effetti, un album erotico, ma in senso romantico. C’è molto desiderio e sessualità ma intese nel senso più profondo, non ci sono azioni o riferimenti al sesso in sé, ma a come la sessualità viene vissuta, attraverso le emozioni. Soprattutto, non è una sessualità maschile o femminile, etero o omosessuale, ma è aperta alle interpretazioni, senza la volontà di dare risposte o connotazioni vincolanti. A Roma suonerete in un Festival dedicato alle nuove sonorità. Come cercate di fare qualcosa di nuovo e personale? Ci viene naturale, non come singoli ma come band, essere un po’ eccentrici, la cosa che detesto di più è sembrare una persona normale (ride). Da un lato cerchiamo di essere accessibili, mentre dall’altro proviamo a re-immaginare nuove direzioni per un quartetto fondamentalmente rock come il nostro. Possibilmente perdendoci. La parola chiave dell’album? Aftermath: la sensazione del giorno dopo.

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