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WILCO – Recensione concerto @ Gran Teatro Geox Padova

di Antonio Lo Giudice

Premesso che non sono uno di quelli che si strappano i capelli quando ascoltano “Yankee Hotel Foxtrot”, ho sempre considerato i Wilco uno dei dieci gruppi più importanti di questo scorcio di millennio più a ragion veduta che per gusti personali.  Dopo aver assistito al loro concerto padovano, i miei gusti si sono decisamente ricreduti- ma andiamo con ordine…

Due appunti per l’organizzazione: in primo luogo, si trattava della prima volta che andavo al Geox e non so quante volte sono entrato e uscito dalla tangenziale senza capire dove minchia infilarmi (aggiungete al tutto un attacco di cagotto fulminante mentre ero alla guida e avrete il quadro completo della situazione). Pertanto, piazzare un paio di indicazioni pare brutto? Inoltre…. 5 euro per il parcheggio!!! A parte che sono tanti, ma ci arriva in macchina cosa deve fare per non pagare- abbandonare il mezzo in tangenziale?! Caricate questo balzello direttamente sul biglietto ed evitateci l’ipocrisia!
Insomma, entro nel locale con i marulanda roteanti, ma, per fortuna, il concerto è iniziato solo da qualche istante. Durerà altre due ore e mezza e perdersene anche un altro minuto sarebbe stato un peccato capitale. “One Sunday Morning” apre la scaletta con oltre dieci minuti di dilatazioni folk elettriche che mettono subito in chiaro tanto le qualità compositive di Jeff Tweedy (estremamente iconico, con la sua camicia nera, il suo cappello, la sua barbetta incolta e la sua panza da anti-divo) tanto quelle strumentali dei suoi cinque compagni (menzione doverosa per il mostruoso chitarrista Nels Cline- uno che lo strumento se lo scopa, poco ma sicuro).

Il gruppo ha diverse anime: se la prima parte del concerto presenta brani lunghi e articolati, pieni di chiaroscuri, dolcezze acustiche e chitarre stridenti, successivamente a farla da padrone sono atmosfere accostabili ad un pop raffinato ed estremamente elaborato, mentre, nella conclusione (un bis e un tris), le chitarre tornano a ruggire in un rock sudato e  polveroso che è pura “americana”. Impossibile dire quale di queste tre fasi sia stata la migliore, data la bravura del gruppo di cambiare stile mantenendo un’omogeneità di fondo e una qualità media altissima. Com’era immaginabile, il pubblico non ha resistito a stare seduto e, già dal secondo brano, un gran numero di astanti (tra cui il sottoscritto) si è fiondato sotto il palco. Qualcuno ballava, qualcuno canticchiava le canzoni, qualcuno semplicemente stava zitto ad ascoltare con gli occhi chiusi. Ma, alla fine, in rari casi ho visto un audience così entusiasta. Quando sono uscito dal Geox avevo dentro il senso di leggerezza che mi accompagna ogni volta che assisto ad un concerto davvero memorabile.

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