VINICIO CAPOSSELA

capossela

capossela VINICIO CAPOSSELA

VINICIO CAPOSSELA – Recensione del concerto all’Estragon di Bologna

REBETIKO GYMNASTAS TOUR:

Sabato 10 Novembre

di Francesca Del Moro - Foto di Tiberio Frascari

Poco dopo le dieci si abbassano le luci all’Estragon di Bologna ma da un pezzo siamo stati introdotti nella giusta atmosfera: da quando siamo entrati infatti gli altoparlanti propongono musica greca e faccio in tempo ad ascoltare ben tre versioni di “Misirlou”, compresa quella resa celebre da PULP FICTION. Ma l’interpretazione che ne offre Vinicio nel suo ultimo album, REBETIKO GYMNASTAS, secondo me le batte tutte. Ed è proprio con questo classico che si apre la serata. Con il palco quasi completamente buio, Manolis Pappos al bouzouki e Vassilis Massalas e lo stesso Vinicio ai baglamas si siedono e cominciano a intrecciare arpeggi con questi cordofoni tipici della tradizione rebetika. Peccato, però, che la voce non arrivi. Sul palco viene ricreata l’ambientazione di una taverna, luogo di origine di questa “musica di città di porto e prigioni, un lamento che si canta in coro ma si balla da soli”. I musicisti prendono posto su sedie di legno e paglia, dal soffitto pendono semplici lampadari come quelli che si troverebbero nella cucina di una qualunque casa modesta, l’impianto luci ridotto all’osso spande calde tonalità giallo-arancio-rosso e la scena è avvolta da un fumo sottile che presto si mischierà a quello delle sigarette.

Ai due lati e in fondo al palco ci sono sei spalliere, ma nessun ginnasta vi si arrampicherà. Del resto, come racconta Vinicio, quando chiese a Manolis Pappos che tipo di ginnastica facesse, lui rispose: tossisco. Sembra di essere tra amici in un locale, a condividere birra e fumo, musica e storie. Viene voglia di salire sul palco e impossessarci di uno strumento qualsiasi per dare il nostro contributo. Ed è Vinicio che ci ha invitati, ospite caloroso e in gran forma, che si divide tra baglamas, chitarra e pianoforte, ed elargisce a piene mani sorrisi e poesia. Che “coccola” i suoi musicisti, soprattutto quel gran virtuoso del bouzouki che è Manolis Pappos, un omone barbuto col faccione simpatico che rimane seduto impassibile per tutto il concerto. “Questa è la dimostrazione che l’Europa dovrebbe essere un’unione di popoli, e non di monete” dirà Vinicio richiamato a gran voce per il primo bis, ed è proprio questo lo spirito della serata. Un’operazione sincretica fuori da ogni schema, traduzioni di musica e parole su molteplici livelli. Rivisitati in chiave rebetika, i grandi brani di Capossela, che il pubblico canta in coro scatenandosi nelle danze, acquisiscono una nuova energia, una luminosa bellezza. Si susseguono “Abbandonato”, “Contrada Chiavicone”, “Con una rosa”, “Contratto per Karelias”, “Corre il soldato”, “Rebetiko Mou” (il mio rebetiko, dice Vinicio), già presenti sul disco, e le versioni ellenizzate di “Marajà”, “Tanco del Murazzo”, “Che cossè l’amor” e “La notte se n’è andata”. “Non trattare” e “Scivola vai via” sono mani che ci si infilano in petto, l’una per distribuire schiaffi e l’altra carezze. Verso la fine del concerto arriva un “Ballo di San Vito” particolarmente febbrile, reso quasi psicotico da martellanti luci bianche. Vinicio è scatenato e anche il pubblico non scherza. Un ragazzo evidentemente aspetta il pezzo da tempo (anche io, lo ammetto) e senza fare complimenti guadagna le prime file a colpi di spallate mentre dietro di me qualcuno si scambia sguardi torvi e minacce. Si scatena un pogo misto a danza popolare che ci sballotta qua e là nemmeno fossimo a un concerto di Iggy Pop.

D’altronde, fermi non si può stare neanche a un concerto di Capossela. Lui, generosamente, non si accontenta di proporre i suoi pezzi più belli ma regala anche una serie mozzafiato di omaggi. Struggente e bellissima è “Le semplici cose”, con il testo tradotto in italiano dall’originale portato al successo da Mercedes Sosa, e la musica sudamericana tradotta ovviamente in greco. Né sono da meno i due brani di Vladimir Vysotskij, “Gimnastika”, interpretata in lingua originale da un Vinicio che gioca a fare l’insegnante di educazione fisica (ma non sale sulle spalliere, mi sa che anche lui tossisce come Manolis) e “Il pugile sentimentale” tradotto in italiano. Russo + greco + italiano, solo Vinicio può fare queste cose. Lui, con la sua mente tarantolata. Che ripropone in chiave rebetika anche tre classici della canzone italiana:  “Quello che non ho”, di un “poeta anarchico italiano”, in cui il testo di De André si sposa alla musica di Markos Vamvakaris, il canto di protesta del 1873 “Dimmi bel giovane” e “Lavorare con lentezza” di Enzo Del Re. Dello stesso tenore è la versione bilingue di “Oi Prothipourgoi” (“I primi ministri”), con Vinicio che fa da interprete simultaneo a Manolis, un pezzo che non sarebbe male cantare in faccia ai nostri politici, soprattutto la parte che dice “quelli che diventeranno primi ministri moriranno tutti”. Quando ci si ritrova a bere e a chiacchierare in una taverna, si sa, è impossibile non parlare di politica e infatti, parafrasando Del Re, Vinicio dichiara: “Io per la classe operaia alla quale mi vanto di appartenere darei la vita ma per Marchionne non voglio dare un cazzo.” Purtroppo, dopo due ore abbondanti, arriva il momento di accomiatarsi, anche se Vinicio annuncia la sua ultima canzone e poi ne fa altre due. Proprio non se ne vuole andare, e neanche noi. Sarebbe bello passare la notte insieme a lui e alla sua combriccola. Del resto, come ci dice, “Bologna ha il cromosoma della gioventù” e neanche con l’avanzare degli anni passa la voglia di tirar tardi a suon di arte e alcol. Il concerto si chiude con una “Danza di Zorba” che Manolis non vorrebbe suonare (come dargli torto: per i greci “Zorba” è un po’ come per noi “O’ sole mio”, il classicone da turisti) ma noi la balliamo con gioia. Il concerto è finito, sono già passati due bis, e la gente non smette di urlare il nome di Vinicio. Io ho ancora voglia di salire sul palco, è da un po’ che punto la fisarmonica. E invece bisogna tornare a casa, felici e accaldati non si sa se per la temperatura dell’Estragon stipato di gente, o per via della danza e della musica che ha incendiato il cuore.

Vinicio Capossela

facebook VINICIO CAPOSSELAtwitter VINICIO CAPOSSELAgoogle VINICIO CAPOSSELAtumblr VINICIO CAPOSSELAemail VINICIO CAPOSSELApinterest VINICIO CAPOSSELA