[tra demenza, GENIO e follia]

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[tra demenza, GENIO e follia] di Viola HCPH
intervista a IL GENIO

Ve la ricordate quella canzone?? Quella un po’ maliziosa, sfacciata… il tormentone; quel “pop-porno” che ti restava in testa una giornata intera. Allora sapete benissimo di chi sto parlando, non hanno bisogno di molte presentazioni:  Gianluca De Rubertis e Alessandra Contini, quel “geniale” duo italiano entrato nelle classifiche italiane un paio d’anni fa grazie al loro primo singolo, ora al secondo album pubblicato ed un terzo in cantiere. Non sono stanchi di sorprendere, e sono veramente capaci di farlo se solo vi addentrate tra le loro canzoni e vi lasciate trasportare dalla musica: audaci, intriganti e giocosi. E’ proprio questo il quadretto che compongono, ma lascio che a svelarci la vera anima del gruppo, siano proprio loro…

Quando si parla de “il genio” è inevitabile non pensare alla canzone che vi ha fatti conoscere al grande pubblico… ma volevo sapere… quanto “pop porno” in realtà vi rappresenta?
[G] Intanto penso ci contraddistingua per una certa autoironia a cui siamo portati, soprattutto quando siamo insieme… quasi una demenza. Ma in realtà è una cosa che ci lega da sempre, percui ci rappresenta molto in realtà. Quella canzone, che è facilmente fraintendibile, letta nella giusta chiave, cioè capendo cosa c’è dietro, è sostanzialmente rappresentativa di un modo che abbiamo di ridere e di divertirci. Quando suoniamo insieme è più un incontro tra bambini scemi…

Informandomi un po’ su di voi ho sentito svariati riferimenti allo “Shibuya kei”, che se non sbaglio è un genere musicale di origine giapponese…
[A] Shibuya è un quartiere di tokyo… non vorrei dire delle castronate ma dovrebbe essere il quartiere più fashion, più alla moda del Giappone. quindi credo fosse stato un po’… il vederci “fashion”? haha non lo so, in realtà noi vestiamo HM e non abbiamo marchi di nessun tipo.

Però se non sbaglio ci sono dei riferimenti a ciò anche nella vostra musica, come ad esempio la cover “una giapponese a Roma”…
[A] Gli ascolti hanno sicuramente contaminato un po’ il nostro modo di fare, di riarrangiare i pezzi e di ideare delle canzoni. Tra quello che ascoltiamo ci sono gruppi come i Pizzicato Five degli anni ’90… quei gruppi insomma che proponevano della musica elettronica, però mischiata al pop… che un po’ si rifaceva tra l’altro alla musica francese degli anni ’60, perché i giapponesi erano molto intrigati da questo tipo di mix… e quindi anche loro riproponevano vecchi pezzi, come hanno fatto i Cibo Matto…

[G] In questo momento i Cibo Matto sono il mio gruppo preferito. Ma solo adesso eh, tra un quarto d’ora cambio idea…

[A] Quindi è un’influenza che è venuta naturalmente… quando abbiamo preso gli strumenti in mano e ne è venuto fuori quel connubio che si è creato.

[G] …come esce il pus da una ferita.

[A] Bleah!

Ora parliamo del vostro ultimo lavoro, “Vivere negli anni X”… come mai questo nome? Come li vedete voi questi fantomatici anni X?
[G] Avevamo un titolo da scegliere, e ovviamente avevamo mille idee… ma è stato un titolo scelto per un sogno che ho fatto… una mattina mi son svegliato, e non ho detto “bella ciao” ma “vivere negli anni dieci”, che poi è letta in chiave di numero romano… una scelta contaminata un po’ da quel malandrino di Vasco Brondi. Quindi in realtà il titolo è anche una sorta di gioco… il fatto che dopo un secolo ritorneremo a parlare di anni ’10, ’20, ’30 quando li pensavamo come a qualcosa di completamente andato, appartenenti ormai ad un passato remoto… era questa la volontà, infatti in copertina abbiamo usato questi abiti un po’ da primi del novecento, ma è un disco fatto nel 2010. E poi siamo antichi: cioè bambini dementi ma vecchi dentro, quindi il peggio che si possa avere.

…un buon mix [G] Esatto.

Cosa rappresenta il disco?
Bhè, è sicuramente un disco diverso dal primo perché è programmato, più ragionato, più riflettuto. Poi, come solitamente accade, piace sempre meno del primo… la cosa che hanno più in bocca i giornalisti è che “ha perso freschezza”.

[A] Ma non croccantezza!

[G] Quindi rappresenta più o meno questo… che poi piaccia o no è al di fuori di noi.

Ho letto un articolo di recente che mi ha molto colpita, dove si parlava della mancanza di un “genere traino”, uno stile od una musica nuova che riesca a divenire portavoce della generazione come è stato invece negli anni ’90, ’80 e così via retrocedendo. Sembra come se ci fossero tantissime novità, ma nessun gruppo riesce ad emergere così tanto da creare il “fenomeno”…
[G] Il problema è che ci sono anche qui, dei canoni per la creazione del “mito”… come ad esempio, l’essere morto. Amy Winehouse è secondo me l’ultima icona di rockstar dopo Kurt Cobain negli anni novanta.

[A] Io ho un’idea, che mi sono un po’ fatta adesso mentre parlavamo, che c’è stata secondo me una forma di “dittatura della moda” negli ultimi anni, che ha imperato talmente tanto da portare anche il genere musicale ad essere modaiolo. Il problema è questo: quanto la moda influenzi, quindi sia veramente passeggero ed effimero tutto quello che tocca, è un po’ la stessa cosa che sta capitando nella musica. Che poi può anche succedere che uno sperimenta, che è quello che capitava negli anni 70… la gente non diceva “io faccio il rock ‘n roll”, adesso invece c’è quasi questo bisogno di essere etichettati per essere riconosciuti…

[G] Secondo me è una questione sociale… ormai è tutto così completamente globalizzato, digitalizzato, che la gente non deve più andare nel negozio a comprare i dischi… chiunque può ascoltare con un click in due secondi un artista del Kazakistan, oppure i Radiohead, oppure Lady Gaga… è chiaro che non esiste più neanche l’impegno della casa discografica nel creare un qualcosa che porti la gente ad uscire di casa. Mentre prima era l’energia elettrica ad accentrare le persone, che però tende a disperdere l’energia umana piuttosto che incanalarla, nel senso che… a lume di candela tu sei portato a poggiare, che ne so, le tue chiavi di casa vicino alla candela perché sai che devi poter vedere quello che ti serve… con la corrente elettrica puoi appoggiare le chiavi dove ti pare. E’ come dire; se non c’è una massa, disposta a muoversi per raccogliere quella ghianda dall’albero, la ghianda resta lì.

Seguendo questo ragionamento, non si svaluta anche un po’ di conseguenza la professione ed il lavoro del musicista?
[G] Sì è un po’ così. Diventa tutto diverso… in questa desertificazione della moltitudine, chiaramente è anche volendo più facile eccellere perché poi c’è questa massificazione spintosissima che porta comunque chi ha davvero talento, a mettersi in vista in modo più facile. Quindi non è che cambia qualcosa, resta tutto uguale. Il musicista è il musicista, ma cambia proprio il meccanismo mentale con cui si riconosce e compone la musica.

…siamo arrivati alla fine. prossimi progetti?
[G] Scriveremo, anzi, stiamo scrivendo il terzo disco. Per il momento abbiamo questo in cantiere. Ci sono già molti pezzi, speriamo entro il 2012 sentirete di nuovo parlare di noi.

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