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THURSTON MOORE
9 dicembre 2011 @ Teatro Dal Verme di Milano

Di questi tempi capita spesso di assumere uno sguardo nostalgico nei confronti dei mitici anni 60, del rivoluzionario77, dei vibranti anni 90, ecco perchè l’annuncio di tre date italiane di un’icona dell’universo musicale come Thurstone Moore , che da un po non si mostrava alla folla, pur sfornando dei lavori  da solista di tutto rispetto, appariva come ”l’evento imperdibile”. Roma, Ferrara, Milano, queste le tappe previste per lo spettacolo dell’ex Sonic Youth, in occasione dell’uscita della sua quarta fatica “Demolished Thoughts”, prodotto da un altro genio dell’underground americano: Beck. La scelta, poi, di location piuttosto di nicchia,(Teatro Comuniale di Ferrara, Parco della Musica a Roma, Teatro Dal Verme di Milano), avvalora la tesi che trattavasi proprio di una performance più unica che rara e soprattutto rivolta ad una ben precisa categoria di persone, quegli stessi fans cresciuti a pane e sonorità distorte, gli adolescenti dell’epoca post punk-pre grunge che non riescono a smettere di pensare che “quella sì era musica!”e per nulla al mondo avrebbero rinunciato ad un tuffo nel loro passato più “sporco e inkazzato”. L’ex Sonico non delude di certo le aspettative degli astanti, per un’ora e mezza suona e canta con tutta l’energia e la carica rock che da sempre lo contraddistinguono.

Certo, ad occupare la scena ora non sono più solo scordature di chitarra e batteria, indissolubilmente accompagnate da una voce graffiante e dolente, ma si insinua nel rumore di base l’affascinante suono dell’arpa coordinato ad incantevoli incursioni di violino, che contribuiscono a creare grazie alla perfetta acustica del Teatro Dal Verme di Milano, un’atmosfera magica e molto newyorkese…La non più giovane sonica folla è estasiata dal ritorno del proprio paladino, e nell’impossibilità di ballare, vuoi perchè all’interno di un certo contesto, oserei definire radical chic, vuoi perchè ormai non è più tempo di pogo selvaggio, scuote a ritmo la testa, quasi come un segno di approvazione per quell’artista di mezza età che, evidentemente, in piena forma fisica, salta, suda, introduce alcuni pezzi recitando, prima serio, poi ironico, interagisce con il pubblico italiano, raccontando dell’ovvia venerazione per il cibo e la bibita del Belpaese, brinda, ride, canta, grida, ma soprattutto fa l’amore con quella chitarra che a tratti culla dolcemente, come in molte delle sue ultime canzoni (Benediction) e  a tratti aggredisce virilmente, gestendo alla perfezione l’uso smodato di feedback di netto stampo youthiano, all’interno di altri pezzi in scaletta (Circulation, Queen Bee and Her Pals).

E’ forse il rock un elisir di lunga vita che mantiene tali e quali i membri della Gioventù Sonica oppure, vittime anche noi di “retromania” siamo portati a pensare che forse gli artefici di quel movimento noise rock che ha segnato intere generazioni sono  veramente immortali poiché incollati all’eterna e sempreverde forza di quel determinato tipo di musica? Come dice Raynolds nel suo ultimo libro: “La nostalgia blocca la nostra capacità culturale di guardare avanti, oppure siamo nostalgici perchè la cultura ha smesso di progredire? “Thurstone Moore insegna a noi fans, cosiccome ad artisti di alto livello (quali Flea dei Red Hot Chili Peppers, trasformatosi per l’occasione in un qualsivoglia entusiasta membro del pubblico, seduto in una qualsiasi poltrona del teatro milanese), che non si smette mai di imparare e di rinnovarsi, che tutto ciò che hai fatto e costruito è parte di te come di tutta la nostra generazione, ma non si può sedersi su questo, perchè l’underground non può diventare mainstream, perchè è sempre dal basso che nascono le cose, perchè nella musica non si finisce mai di sperimentare, chiunque tu sia, parola di uno che all’inizio non faceva altro che rumore, secondo i “retromani” di allora, e che continua a farlo anche a 50 anni,con l’inseparabile capello lungo e fluente davanti alla faccia, la giacca,  la cravatta, i jeans, le puma, una birra in mano e una sconfinata volontà di mettersi in gioco di reinventare se stesso, con la grinta e la passione di un professionista dell’arte del suono! Ed emblematicamente chiude il concerto milanese con Orchard Street, una ballata neo-folk con spruzzate di dream-pop, che si conclude con sette buoni minuti di puro noise…e meritatissimi applausi!!!

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