THE WHITE LIES (BO)

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white lies THE WHITE LIES (BO)

THE WHITE LIES @ Estragon  (BO) – di Fabrizio Consoli
Il rock e’ celebrazione della sregolatezza, spesso elevata ad inno dalla letteratura cosi’ come dalla cronaca. E questo pare valere in tutte le sue espressioni, anche in quell’area oscura di contatto con il pubblico, sulla risacca dove convergiamo noi fedeli: il concerto. Ovvero la spiegazione che mi sono dato negli anni per cercare di decifrare l’incomprensibile algoritmo che regola aperture cancelli, presenza di gruppi spalla e ovviamente l’orario inizio di un live: semplice come prevedere il tempo con un mese di anticipo. Sabato sera l’arrivo all’Estragon di Bologna ha avuto pero’ dell’epico. Un amico di lunga data, due chiacchiere, tre birre e il gioco e’ fatto, sono quasi le dieci. Dita ansiose sul volante e tergicristalli fuori tempo, poi una corsa sotto la pioggia separa la diretta di Radio Due dalla folata calda e umida che mi esplode in faccia all’ingresso del locale, pochi istanti prima che Harry McVeigh, il cantante, raggiunga il microfono. I White Lies sono di nuovo in Italia per presentare il loro secondo album, Ritual, pubblicato da poche settimane. Sul palco assieme al trio originale, l’oramai di casa Tommy Bowen alle tastiere, piu’ un quinto elemento ad inspessire le chitarre di McVeigh. A place to hide apre il concerto, e le prime note sono letteralmente inghiottite dalle urla a 20.000hz delle prime file, quasi interamente ragazze agguerrite. Che dire dei White Lies. Sono londinesi come molti londinesi, della periferia, che e’ un po’ come essere vicini a dove succedono le cose ma non esattamente li’. In modo simile fanno parte della seconda ondata di “nuova” new wave, cui abbiamo assistito non senza entusiasmarci, dopo Interpol ed Editors. Una sorta di terzo grado di separazione, anch’essi con un debito aperto verso Ian Curtis e dintorni, che se non ne riduce i meriti artistici, senza dubbio ne ridimensiona la portata innovativa, e quindi comunicativa. Dal vivo gli equilibri gravitano attorno alla batteria di Lowrence-Brown, decisa e precisa ed alle belle linee vocali, raramente banali. D’altro avviso se parliamo dei testi, che se col primo album i tre potevano invocare il beneficio del dubbio, dopotutto la linea funereo/crepuscolare e’ una chiara scelta stilistica, deludono con il secondo lavoro, dove il messaggio e’ piu’ vago ed affidato principalmente alle note. Infine il basso, che latita un po’ in carattere, probabilmente non valorizzato dall’equalizzazione. Ciononostante il gruppo funziona. Ed anche bene a giudicare dalla risposta del pubblico. Ma a costo di peccare di pedanteria, c’e’ una distonia di fondo che non permette alla musica di adagiarsi sotto pelle. C’e’ talento ma non guizzo, passione ma non intensita’. Mi arrivano fiacchi questi White Lies, qualcosa si perde nell’arco tracciato dal palco fino a noi. Farewell to the fairground, To loose my life, giusto per citare due pezzi: per la maggior parte del concerto i brani sono affaticati e le note si adagiano a terra, un pallone dopo settimane al sole. Saranno le luci o forse i numerosi acuti, ma c’e’ un momento in cui il cantante sembra addirittura assomigliare pericolosamente a Gary Barlow – e non c’entrano le ragazze assiepate davanti al palco, anche se certamente aiutano. Con il bis i White Lies si scuotono e mordono di piu’ il palco: Unfinished business, la prima delle canzoni successive alla pausa vale per vigore da sola il concerto, anche se la voce stenta un po’(ma provate voi a cantarla). E poi e’ un crescendo, beve ma intenso, fino a Bigger than us, l’ultimo singolo, il cui titolo date le circostanze  suona beffardo, quasi una presa di consapevolezza. Alla fine del concerto, all’accensione delle luci sfolliamo su a Perfect Day di Lou Reed, cantata a squarciagola da un numero sorprendente di persone. E piano piano scivolo nuovamente nei silenzi dilatati e nella sensazione vischiosa di dramma ineluttabile lasciata lo stesso pomeriggio, sul divano di casa a Milano, quando prima di partire ero immerso in “Control”, il film-documentario su Joy Division. Perche’ e’ banale ed allo stesso tempo rassicurante, alla fine tutta l’acqua torna al mare.

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