THE NATIONAL

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THE NATIONAL @ ALCATRAZ 16 NOVEMBRE  – MILANO
Di Fabrizio Consoli

Personalmente era un evento che attendevo da anni, da quando – elettrizzato dal loro primo album, quello che non a caso inizia con la “A” – lo consigliavo entusiasta agli amici citando questo strano fenomeno pienamente americano, che chiamavo erroneamente “National Alligator”: una sorta di esotico terrore domestico. Arrivo all’Alcatraz nonostante il parere contrario del tempo, cupo e piovoso come raramente anche a Milano, curioso ed incerto su cosa mi attenda.
E le aspettative chiaramente non sono solo mie: la gente e’ assiepata a maglie strette sotto al palco, addirittura con tanto di cartelloni, tipo adolescenti ad un concerto di Madonna. Tanto che essendomi concesso il lusso di arrivare tardi, prendo più di un insulto nel tentativo di guadagnare uno spazio abbastanza vicino al palco per scattare una foto che non sembri presa dal terzo anello di uno stadio. Look nero, passo indolente e sicuro, Matt Berninger gestisce le nostre attese con la freddezza degli artisti navigati, curvo sul microfono proprio come da copione.

Il ritmo del concerto e’ piuttosto sostenuto per la maggior parte della serata, happy più di quanto non ci si aspetterebbe, con climax su “Squalor Victoria”, dove Matt si abbandona ad acuti selvaggi ed un po’ fuori controllo. D’altro canto le ballate – prima fra tutte “Doughters of the Soho Riots” lambiscono solamente il crepuscolo che le ha evidentemente partorite. Perdonato lo scivolone su “Conversation 16” su cui la band perde il filo per poi riprenderlo dopo una imbarazzata pausa, assistiamo dunque ad un concerto gradevole e ben articolato. Eppure c’e’ qualcosa per cui il gruppo dal vivo non convince, per lo meno non del tutto. Paradossalmente la più evidente nota stonata dell’esibizione e’ stata proprio il fatto che si trattasse di un concerto. National e’ uno progetto che per molti aspetti richiama ad una dimensione privata, troppo spesso meditativa e densa di atmosfere malinconiche per essere facilmente coniugata con un palco: la loro musica pare piuttosto trovare collocazione ideale tra le pieghe di una stanza. Dunque l’esibizione pubblica stride con l’aura che si attribuisce agli autori di brani così caldi ed ipnotici, che immaginiamo immateriali e trasparenti, discreti come il ticchettio della pioggia sulle finestre. Un po’ come per certi libri, dei quali non vuoi veramente conoscere che faccia abbia l’autore. Preferisci tenerli in quella regione ovattata che li riduce a voci che ti cullano nell’ombra, in una sospensione che accresca il senso d’intimità. E poi gli intermezzi: le parole smozzicate tra un pezzo e l’altro, quelle soprattutto hanno contribuito a rendere incolmabile il senso di distanza non solo tra i musicisti ed un pubblico in fine dei conti tiepidino date le premesse, ma anche tra i National compositori ed esecutori: quando ci si rende conto che anche una voce suadente e profonda può svegliarti con la doccia fredda di fesserie cosmiche tipo “questa canzone e’ tratta dalla bibbia, quindi e’ cool”. I National pertanto auto-decretano a loro habitat la penombra di uno stereo, e lì ci piace tenerli, colonna sonora ideale di pensieri più che centro della scena.

Sì, perché The National ci e’ parso un progetto che implica l’assenza. L’assenza di altre persone ad ascoltare, l’assenza di riflettori puntati sui musicisti, l’assenza nella sua essenza.  Ed e’ proprio l’assenza a costituire il gran finale dell’esibizione, quando Berninger scende dal palco, cantando si fa largo tra il pubblico, per infine uscire dalla sala dalla parte opposta, verso la strada. Lasciando tutti, tra il divertito e lo stupito, inclusi i suoi compagni.

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