Teho Teardo e Blixa Bargeld

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Teho Teardo Blixa Bargeld Teho Teardo e Blixa Bargeld

Teho Teardo e Blixa Bargeld
Senza Filtro, Bologna, 11 maggio 2013
di Francesca Del Moro – Foto di Serena Rossi

Sono giorni che ascolto ininterrottamente “Still Smiling”, l’album di Teho Teardo e Blixa Bargeld uscito il 22 aprile e arrivato nelle mie mani trepidanti solo dieci giorni fa. Lo confesso, li ammiro moltissimo. Blixa Bargeld ha scritto la storia della musica con i suoi Einstürzende Neubauten e con i Bad Seeds di Nick Cave (ma non conviene fargli domande su una possibile reunion) mentre Teho Teardo è uno straordinario compositore che ha firmato le colonne sonore di alcuni tra i più bei film italiani degli ultimi anni. Il disco che hanno realizzato insieme è un capolavoro in dodici tracce in cui Teho porta avanti la propria ricerca sulla sinergia tra elettronica e archi e Blixa interpreta uno sbalorditivo “diario in tre lingue” che esplora principalmente il tema della traduzione e più in generale della comunicazione.

Le mie aspettative nei confronti del concerto sono dunque altissime e anche il posto promette bene. Al Senza Filtro, uno stabilimento industriale dismesso “bonificato”, si respira l’atmosfera del Tacheles berlinese: musica e libri, murales, arte, passione e apertura mentale a 360 gradi. Dopo aver cenato in un’osteria stile Soul Kitchen e aver fatto un giro delle varie sale, scendiamo nell’ampio spazio che si riempirà per il concerto. Vi sono state sistemate molte sedie di recupero, prendo la mia e mi avvicino al palco. La scenografia è spartana: un telo nero come sfondo e poche luci essenziali.

Poco prima delle 23, Teho Teardo, Martina Bertoni e Blixa Bargeld aprono il concerto con la sferzata di energia di “Nur zur Erinnerung”, uno dei brani più vicini alle radici industrial dei due artisti. Già dall’esordio si capisce tuttavia che la struttura, pur suggestiva, non è fatta per rendere giustizia al sound della band. I suoni dei singoli strumenti, che nel disco tessono sofisticate trame di pieni e vuoti e risultano corposi e ben definiti, stasera tendono a sbavare e la voce giunge troppe volte indistinta. Ed è un vero peccato, perché questo concerto è un’esperienza intensa e profondamente intima. Si tratta di musica da camera, come ha spiegato Blixa in una recente intervista, ed è necessario poter assaporare ogni singola sfumatura.

Teho e Martina sono comunque bravissimi, anzi a più riprese il mio sguardo abbandona il frontman per vedere come fa quest’ultima a produrre una così grande varietà di suoni, taglienti, palpabili e incisivi, di volta in volta pizzicando le corde, sfregandole o percuotendole con l’archetto. Blixa è esattamente come me lo aspettavo: elegantissimo nel suo completo nero con tanto di panciotto, affascinante e simpatico, sempre disposto a interagire con il pubblico con calore e spontaneità. Teho invece resta un po’ defilato, si occupa delle sequenze al computer e si scatena con la sua chitarra

“Grazie, grazie mille” dice Blixa e poi attacca la meravigliosa “Mi scusi”, una sorta di richiesta del permesso di entrare nel nostro universo linguistico. In un elegante italiano che guadagna in fascino da quell’accento che “no, non se ne va”, porge in punta di voce un testo delicato e divertente sull’imbarazzo che nasce dal maneggiare una lingua diversa dalla propria. Dopo aver strappato un sorriso con “il latino fatto a scuola a un livello cavernicolo” e “le gambe mi fanno Giacomo Giacomo”, i versi toccano il sublime passando all’idioma natale per chiedersi se è possibile baciare in un’altra lingua e se la persona che parla nel medesimo corpo è ogni volta la stessa. Con movenze da carillon, la musica completa il testo-gioiello che Gaber avrebbe amato per l’ironia e la profondità nell’affrontare il quotidiano.

Teho Teardo Blixa Bargeld 01 Teho Teardo e Blixa Bargeld“Grazie e scusi” conclude Blixa e si prende una piccola rivincita nei confronti del pubblico spiegando che la successiva canzone, “Axolotl”, è ispirata al lavoro del filosofo italiano Giorgio Agamben. Stranamente nessuno reagisce. Sì, è vero, non lo conosciamo, però tu come mai ci stai parlando in inglese?  Lo sfondo si illumina di verde e Blixa riproduce una serie sorprendente di suoni arricciando le labbra e schioccando la lingua. Siamo in piena atmosfera teatrale e la canzone, che parla di una salamandra a rischio di estinzione, si chiude con una serie di vocalizzi aggressivi culminanti nella parola “totipotent”. A questo punto Blixa racconta la genesi del pezzo numero 4. Scritto dal tetto del proprio hotel sul quartiere Esquilino di Roma, che offre vedute dall’alto di innumerevoli antenne e parabole, “Come up and see me” è un capolavoro trilingue che esprime l’accorato desiderio di tornare a una comunicazione autentica, fisica (a short kiss and a long embrace) da parte dell’uomo immobilizzato con i piedi nel cemento, antenna tra le antenne, oppresso dall’abbondanza di comunicazione a distanza, spesso unidirezionale, quasi sempre non autentica. Si immagina un cielo plumbeo a sovrastare i tetti, mentre il violoncello imita pioggia e vento, eppure in questa oscurità c’è ancora spazio per l’ironia: “Are you happy to see me, or is that a gun in your pocket?”. E “The man who screwed a whole country” è proprio quello che pensavo io, come ha confermato Blixa introducendo il brano. È poi la volta di un mini-film: “Buntmetalldiebe”, che significa “ladri di metallo”, una favola nera in cui sette nani rubano ogni genere di oggetto metallico per culminare nel furto involontario di Internet, sancendo così la fine di questo mezzo di comunicazione fagocitante.

Martina comincia a suonare il violoncello in modalità percussiva a scandire passi pesanti che scendono nel cuore della bellissima title track. Ci addentriamo nelle profondità di un animo senza forma per trovarvi la fioca luce di un sorriso circondata dai giorni neri, dalle storie finite. Un sorriso dolente, che alla fine la voce arrochita trasforma in un ghigno sarcastico, quasi demoniaco. Fedele al testo, Blixa interpreta il brano perfettamente immobile, con un’intensità che fa scorrere i brividi lungo la schiena. Scende il buio e lui scuote la testa: “Still there… ”: È il momento più alto del concerto, quello in cui poesia e musica diventano un faro puntato sulla condizione umana. L’atmosfera di intima confessione prosegue con “Nocturnalie”, che a sorpresa viene interpretata in italiano. “L’attonito tacere del cielo nell’eclissi totale… ”: la traduzione è bellissima e maledico ancora una volta l’acustica che mi impedisce di cogliere tutte le parole. “C’è una parola per questo” mormora tristemente Blixa alla fine del brano mentre la scena si tinge di rosso.

Un colpo alla campana e percuotendo la chitarra con il martelletto Teho introduce “What if”, pura poesia bilingue italiano-inglese librata su una musica soffice e rarefatta, in cui si immagina il volo di un suicida fermato a metà dall’idea sottilmente ironica che forse non ci sono fanciulle ad attenderlo in Paradiso ma solo fiumi di vino. Segue “Konjunktiv II”, uno dei pezzi più graffianti del disco, e infatti Martina gratta e tortura il proprio violoncello, meravigliosamente come sempre. Immersa in una luce turchese, parte la romantica cover “Alone with the moon”, seguita dal primo inedito, che parla di “un milione di anguille” e finalmente arriva “A quiet life”, la prima canzone che i due hanno scritto a quattro mani per il film di Claudio Cupellini, “Una vita tranquilla”. Il pubblico saluta il brano con un applauso che Blixa ricambia con un largo sorriso. Segue un altro inedito, “Negroni”, la seconda anticipazione del nuovo lavoro che i due artisti stanno già preparando.

A questo punto i musicisti salutano e dopo una manciata di secondi risalgono sul palco per il bis. “Ora qualcosa che probabilmente non vi aspettate”. Ma sì che ce l’aspettiamo, i ladri di metallo ancora non hanno rubato Internet e “Soli si muore” l’avete già fatta durante i concerti precedenti. Ironico, ammiccante, perfino ancheggiante, Blixa è irresistibile mentre ci offre una caricatura del romanticismo anni ’60. Siamo arrivati così all’ultimo brano della serata, che è anche l’ultimo del disco. “Appena ho avuto il mio primo laptop, ho stilato un elenco di parole da usare e una era ‘defenestrazione’”. Questo è infatti il titolo della canzone, che si snoda come un pezzo teatrale in tre lingue, accompagnata da delicati arpeggi di chitarra e violoncello e note di Glockenspiel. Via computer arriva la voce di un’intervistatrice italiana che in un inglese rudimentale pone domande particolarmente stupide: una sottile vendetta che chiude il cerchio aperto con “Mi scusi”? Il concerto è finito e, malgrado la brevità e i bassi rimbombanti, ne è valsa decisamente la pena. Le canzoni sono talmente belle che si può perdonare quasi tutto. Voto: 10 al disco, 10 al concerto, 10 all’ambientazione, 2 all’acustica, mentre Blixa in italiano deve ripetere l’esame. Eh sì, perché non se la può cavare parlando con il pubblico in inglese, e questa è comunque una buona scusa per farlo tornare.

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