Teho Teardo & Blixa Bargeld, NERISSIMO

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Teho Teardo & Blixa Bargeld, NERISSIMO
Etichettà: Spècula
Uscita: 8 aprile 2016

Tracce:
Nerissimo (English)
DHX 2
Ich Bin Dabei
The Empty Boat
The Beast
Animelle
Ulgae
Nirgendheim
Give Me
Nerissimo (Italian)

Komm komm bleib bleib / Vieni vieni stai stai” incalza la voce di Blixa, suadente e vagamente minacciosa, facendo rimare tedesco e italiano. Siamo nella traccia numero 6 che rimanda curiosamente alle interiora animali protagoniste di tanti piatti della cucina popolare. Quale richiamo tra il titolo e il brano? Nessun richiamo, tutti i richiami, direbbe Teho, e possiamo prenderla come regola generale per l’ascolto del disco.
Vieni vieni stai stai. Il luogo è incantevole e inquietante al tempo stesso, attraversato da ombre e sussurri, vi si avverte la presenza di spiriti con i quali, siamo avvisati, bisogna essere gentili. Restiamo disorientati sulla soglia di un albergo mentre ci si domanda perché ci hanno portati qui, che cosa dobbiamo fare in questo posto in cui non siamo mai stati. Se a guidarci è stato Still Smiling, o da tempo amiamo gli Einstürzende Neubauten e collezioniamo gli innumerevoli lavori di Teho Teardo, rischiamo di rimanere spaesati. Ma è prerogativa degli artisti portarsi fuori dalla propria comfort zone ed esplorare strade nuove. La sinergia tra archi ed elettronica è ancora onnipresente ma il clarino basso rivendica per la prima volta un ruolo da protagonista insieme alla chitarra baritona e alle campane e al glockenspiel che con i loro rintocchi mantengono viva l’atmosfera magica. Come raccontano intervistati da Blow Up, Teho e Blixa hanno lavorato facendo ricerche come scienziati, saggiando l’inserimento in strutture già impostate di materiali preregistrati come parti vocali e suoni randomici, tra sample, rumori e brani presi dalla radio. La volontà di sperimentare con ogni genere di suono li ha portati a utilizzare i più svariati strumenti, tra cui il giapponese taisho koto, utilizzato anche in Ballyturk, l’harmonium con cui si apriva Into the Black, il brano che avvolgeva le stanze di Villa Manin in occasione della mostra di Miró, e la sega, già fiore all’occhiello di Le Retour à la Raison.

Vieni vieni stai stai. Occorre rimanere a lungo in questo mondo per ambientarsi, per scoprire i tesori e i misteri portati alla luce dai suoni, qui più che mai in grado di accendere immagini nella mente, dipingere, scolpire, far scorrere sequenze cinematografiche. Ai piedi delle scale ci aspetta un orso, forse la subitanea apparizione dell’Overlook Hotel, forse arrivato da qualche antica favola nordica o la materializzazione della “bestia” che abbiamo dentro, che ci somiglia e con la quale lottiamo ogni giorno anche se non sappiamo se è qui per strangolarci o abbracciarci.
Vieni vieni stai stai. Quando l’ipnotico invito ci raggiunge siamo già a metà strada, inevitabilmente caduti, come Alice, in un paese di oscure meraviglie. A trascinarci dentro è stato un vero e proprio incantesimo, la lentezza della voce che nella title-track scambia carezze con il clarino basso. La voce ci modula il respiro e quasi lo sospende mentre la musica si impossessa del corpo e non lascia scampo. Intanto si accendono e si spengono a uno a uno i colori: l’azzurro, il verde, il rosso, in tonalità scure, spalancando uno scenario alla Greenaway, mentre le immagini catastrofiche che si susseguono entrano in cortocircuito con la dolcezza della melodia. Alla fine resta solo il nero che è necessario guardare, conoscere, attraversare per arrivare “dall’altra parte”. Dobbiamo affrontare l’esilio in un eterno novembre, grigio e gelido, compiere un viaggio con la consapevolezza che “in nessun luogo è casa”, a bordo di una barca vuota, con il cuore, le mani e la testa vuoti. Il viaggio ci farà sostare in luoghi perturbanti come nell’Opera micro-biologica Ulgae in cui la voce narrante sottotitola la proiezione di quello che ci si può figurare come un cortometraggio in stop-motion con i batteri come protagonisti. Forse il pezzo più originale del disco, è un assedio di suoni e voci filtrate che ora sussurrano rauche, ora levano agghiaccianti litanie, ora evocano moltitudini brulicanti fino a spalancare una dimensione epica nel minuscolo spazio di una piastra di Petri.

Vieni vieni stai stai. Questo mondo attira e mette a disagio. Alla fine ci si svuota del nero come, racconta Blixa, di tutto l’inchiostro una penna. Tornano i colori e tornano a scomparire. Ma adesso sembrano più chiari, forse perché c’è stata molta tempesta in mezzo (quella scatenata dalle chitarre in Ich bin dabei è stata particolarmente potente) e ora ci si sente acquietati. O forse perché il brano stavolta è in italiano. La traduzione è fedele, la musica non è mutata, ma la sensazione è diversa. Wer bin ich in einer anderen Sprache? Chi siamo in un’altra lingua? Siamo ancora gli stessi? Il cerchio si chiude con il ritorno al brano iniziale: siamo passati dall’altra parte, ma forse è solo un’illusione, perché, seppur negata, l’ultima parola rimane forte, ben scandita, sola: buio. E poi un percorso circolare non ha fine e non si può proprio smettere di ascoltare questo disco. L’invito risuona ancora nella mente e ci sono ancora tanti angoli da scoprire.
Vieni vieni stai stai.

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