SWEET POISON (Intervista)

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SWEET POISON – Il Nostro Pugno di Ferro – Intervista di Lara Lago

Di un “dolce veleno” si può morire o si può rimanere per sempre assuefatti. “Il nostro veleno è dolce per chi condivide il nostro pensiero, molto meno per chi invece non sa come liberarsi di noi. Essere anche un po’ scomodi, fa parte dell’identità di un gruppo hip hop “socialmente impegnato” come il nostro.” Dolce veleno, “Sweet Poison” è il nome del collettivo che riunisce in un unico gruppo le realtà più affermate dell’hip hop targato Vicenza: Zethone, TokyoSan & Dj Loder (Settimo Paragrafo), Dj Ms e Virus. “Iron Fist” è il titolo del loro primo album ufficiale, prodotto da Latlantide, quel “pugno di ferro che per noi rappresenta tenacia e fiducia in noi stessi. E’ con questa stretta forte, di ferro, che teniamo i nostri sogni. E non li lasceremo.” Parola di Zethone. I Sweet Poison sono sulla scena già dal 2005, anno in cui forse c’erano più jam, più live, più opportunità per l’hip hop. Il vostro “Iron Fist” esce però nel 2011. Quanto secondo voi è cambiata la scena e che cosa vuol dire fare hip hop oggi? La scena cambia di continuo, come tutti i movimenti diciamo “vivi”. Noi personalmente abbiamo impiegato più di un anno per concepire e realizzare Iron Fist, in un periodo in cui molte cose sono cambiate (e non per tutte userei il termine evoluzione, anzi tutt’altro). Abbiamo gridato forte il nostro pensiero in ognuna delle 12 canzoni presenti nell’album. (…) Oggi essere hip hop significa tante cose. Semplicemente noi facciamo musica prima di tutto per esigenza personale e quindi ci capita molto spesso di essere non solo autobiografici nelle nostre canzoni ma anche riflessivi. Non tralsciamo episodi divertenti o testi di puro sfogo, ma cerchiamo sempre di infondere un significato profondo nelle nostre canzoni, per non lasciarle fine a se stesse. Siamo tutti dei veterani del rap, da tantissimi anni, e abbiamo trovato la nostra forma e modalità di espressione. Certo fare rap negli anni 90 era diverso, ora ci sono molte più “esigenze operative” a volte anche dei compromessi. Il segreto è sapersi equilibrare per non tradire sé stessi. Perchè il titolo “Iron Fist”? Iron Fist rappresenta un po’ la nostra mentalità e l’intento con cui abbiamo realizzato il disco. Rappresenta per noi un album di sfogo, in un periodo in cui l’hip hop è stato prima massificato e poi soggetto a numerose ridicolizzazioni sulla rete e sui media. E’ il nostro “no” ad un preconcetto plasticoso di realizzazione musicale, la voglia di tenersi saldamente stretti ai principi ispiratori della cultura hip hop e alla nostra individualità e personalità. Siete testimonial di un marchio di abbigliamento californiano. Quanto conta per voi l’immagine del gruppo? Non solo nei live ma anche e soprattutto nei video. Da sempre, ma sopratuttto negli ultimi anni, l’hip hop si è strettamente legato ad un concetto di fashion che non amiamo affatto. Questo non vuol dire però che non siamo attenti al nostro stile originale. Per noi è importante una certa immagine street, adoriamo il mondo dello skate e della bmx e Elm Company è un ottimo partner in tal senso. Quando ci muoviamo sul palco siamo molto dinamici, ci piace il coinvolgimento fisico del nostro pubblico e cerchiamo sempre di fare un sacco di casino. Siamo un po’ punk sotto quel punto di vista. Voi siete un gruppo vicentino molto attivo nella vostra città ma anche in provincia. Vi chiedo, come sta la situazione musicale a Vicenza? E come sta l’hip hop a Vicenza? E’ di pochi mesi fa la notizia della chiusura del Palladium. Vicenza, come sempre, si trova a metà strada tra il tipico mood sonnolento che la contraddistingue e una scena musicale fresca e piuttosto frizzante che si anima anno dopo anno. Le due cose come puoi immaginare non vanno d’accordo. Molti di noi suonano dalla seconda metà degli anni 90, non ci sono posti che non abbiamo toccato, eppure ancora adesso è difficile mantenere un certo equilibrio! Ci siamo fatti promotori della campagna “no alla musica spenta a vicenza” contro l’ordinanza musicale che per fortuna (a suon di concerti) ormai sembra essere stata ritirata, e in generale abbiamo sempre cercato di farci promotori di tutta la scena live della nostra città organizzando numerosi eventi. L’hip hop vicentino fortunatamente gode di buona salute, ci sono molti gruppi e c’è un buon entusiasmo, ma è un continuo Sali-scendi. Hai parlato della chiusura del Palladium, un posto che, specie per Zethone e Virus, ha significato molto. Tutti i più grandi rappers americani li abbiamo visti transitare da lì, e la chiusura (anche se non definitiva, lo speriamo) fa si che anche un pezzo della nostra vita se ne vada con quell’edificio… Cosa si augurano i Sweet Poison per il futuro? Dove vi vedete musicalmente parlando tra 10 anni? Facciamo musica da tanti anni e tante cose sono cambiate e cambieranno ancora. Finora il nostro entusiasmo non è mai sceso e abbiamo superato molte difficoltà. Magari non diventeremo mai delle rock star e non riempiremo mai lo stadio di San Siro, ma personalmente sono certo che un giorno avrò comunque molte storie da raccontare a mio figlio…vieni con noi ad un paio di live e ti accorgerai che essere un musicista è un sogno meraviglioso. Lasciaci salutare tutte le band come la nostra, gli amici e la scena hip hop non solo vicentina ma nazionale. Ci auguriamo che tutto possa sempre andare bene, nonostante tutto. Noi continueremo a cantare, se volete ascoltarci, basta poco, trovarci non è difficile! Buon Iron Fist a tutti…

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