SUFJAN STEVENS – ILLINOIS

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SUFJAN STEVENS – ILLINOIS di Eugenio Zazzara

Anno: 2005
Etichetta: Asthmatic Kitty / Rough Trade

sufjan SUFJAN STEVENS   ILLINOIS

Pensate a un genere musicale, il più saturo e ritrito che vi venga in mente. Pensate a una legione di finti creativi. Pensate a un tempio abbandonato al bivacco dei mercanti. Pensate a questo disco. Ecco, ‘Illinois’ è stato per il folk americano come l’irruzione di Gesù nel tempio. Metafora azzeccata per il cattolicissimo Stevens, assurto agli onori della cronaca per aver sconvolto lo scena musicale con una manciata di dischi di ottima qualità: questo qui è invece semplicemente meraviglioso. Un classico di tutti i tempi, ormai. Sufjan Stevens, ragazzo della porta accanto, riservato giovane qualunque del Midwest americano, esempio dell’americano medio; Sufjan Stevens, genio fuori dagli schemi, polistrumentista, arrangiatore, lirico. Sembrano due identità irriducibili, eppure… ‘Illinois’ è folk, lo-fi, pop barocco, musica classica, progressive, easy listening, Steve Reich, Jeff Buckley, Neil Young e molto altro ancora. Si tratta del secondo capitolo di un folle progetto basato sulla scrittura di un disco per ciascuno stato americano, progetto definito “gimmick” (trovata, trucco) dallo stesso Stevens. Ma è anche un perfetto concept album, costruito su storie, eventi e personaggi relativi allo Stato americano: una piccola-grande epopea fatta di UFO, assassini, paesini sperduti, fiere, Superman, storie di vita e di morte. Prendete, ad esempio, ‘Come On! Feel The Illinoise!’, brano simbolo del disco: passa dai 4/4 ai 5/4 e di nuovo ai 4/4 con un’agilità sconcertante, contiene un profluvio di strumenti (in gran parte suonati da lui), è un costante, magmatico movimento, un corpo unico. Un capolavoro di equilibrismo ed eclettismo. E le liriche non sono da meno: una rievocazione della World Fair di Chicago del 1893, condita da una riflessione su progresso, capitalismo e consumismo. L’artista del Michigan è invece toccante e commovente negli episodi intimisti: ‘Casimir Pulaski Day’ sembra semplicemente malinconica e innocua. Se però si fa attenzione al testo, strappa il cuore: una struggente perla di folk d’autore. Oppure ‘John Wayne Gacy, Jr.’, dedicata a un feroce serial killer, in cui Sufjan riesce però, al di là della natura del personaggio, a far scaturire una considerazione sulla nostra natura umana e sul fatto che anche noi “buoni” teniamo nascosto qualcosa sotto le “floorboards”. Nonostante la durata, l’album è vario e multiforme: ‘The Man Of Metropolis Steals Our Hearts’ è energica e delicata allo stesso tempo; ‘Jacksonville’ e ‘Decatur’, quest’ultima giocata su una curiosa ricerca della rima in “-ur”, sono leggere e carezzevoli; ‘They Are Night Zombies…’ è invece drammatica e funkeggiante, ma il modo di inserirvi un coro da cheerleaders (“I-L-L-I-N-O-I-S”) lo si trova sempre; ‘The Tallest Man…’ riprende il trasformismo di ‘…Feel The Illinoise!’, con un pizzico di progressive in più. Ah! Dimenticavo di parlarvi della canzone pop perfetta: orchestrale, ma pur sempre di brano pop si sta parlando. Lo troverete in corrispondenza della traccia 6. Il pezzo che porta il nome della capitale è un esempio illuminante di quali possano essere i risultati quando melodia, orecchiabilità, originalità e arrangiamento uniscono le forze per realizzare un miracolo che solo raramente accade: ovvero, un’inestimabile gemma pop. ‘Illinois’ è un calderone senza fondo in cui entra di tutto e vi si incontra di tutto, ma ogni cosa è calibrata e somministrata con orecchio sapiente e attento. Niente da dire se non: procuratevi questo capolavoro, ora!

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