STEVE VAI

Steve Vai-30

Steve Vai 30 STEVE VAI

STEVE VAI – Recensione concerto al Gran Teatro Geox – Padova

– Sabato 10 Novembre 2012
Articolo e Foto di Luca Latini

Inizia dal Gran Teatro Geox di Padova il tour italiano di Steve Vai per la presentazione dell’ultimo disco The Story of light. Il pubblico accorso numeroso attende trepidante di vedere dal vivo i virtuosismi di uno dei più talentuosi e importanti chitarristi della storia dell’hard rock. Sono circa le 21.30 quando la quiete del locale viene travolta dalle distorsioni della chitarra del musicista che si presenta sul palco con un cappellone nero, gli occhialoni e la fedele Ibanez EVO muovendosi da una parte all’altra, ammiccando, contorcendosi in smorfie e sorrisi, guardando il suo pubblico devoto che esulta ad ogni tapping, slide, bending. In pochi secondi è subito chiaro quanto la fama del chitarrista sia meritata, visto come le lunghe dita scivolano e accarezzano le corde d’acciaio dei suoi strumenti che cambia in continuazione. Sarebbe bastato questo per rapire il pubblico e invece Steve si gioca subito l’asso nella manica e dopo aver preso in mano il microfono fa trasparire le sue chiare origini italiane utilizzando qualche frase nella nostra lingua per galvanizzare il pubblico. Sullo sfondo è disegnato il logo a caratteri cubitali, il profilo del musicista e all’interno dell’occhio si trova un faro che sembra scrutare la platea. I pezzi dell’ultimo album sono parte fondamentale della scaletta, ma il pubblico impazzisce per la meravigliosa Tender surrender, uno dei grandi classici.

Dopo una manciata di canzoni è il momento per Vai di far riposare le dita e il vuoto viene riempito dal chitarrista di supporto Dave Weiner che ammalia il pubblico con i suoi funambolismi alla chitarra acustica. Sul palco oltre al protagonista della serata e al già citato Weiner, si trovano il bassista Philip Bynoe che con il suo strumento crea la base su cui gli altri musicisti inseriscono i loro fendenti metallici, l’arpista Deborah Hensen che riesce a ritagliarsi spesso un ruolo di primo piano nelle esecuzioni e infine il potentissimo batterista Jeremy Colson visto questa estate in tour anche con Billy Idol. Vai si ferma qualche volta a parlare con il pubblico e lo fa anche prima di The Moon and I, durante la quale usa il microfono anche per cantare. L’esperienza decennale del rocker si nota nell’organizzazione del live, perchè la possibilità di annoiare il pubblico con pezzi solo strumentali e molto lunghi non è da sottovalutare, ma questa sera proprio non succede visti i continui cambi di ritmo, assoli dei vari musicisti e la presenza scenica di Steve Vai che con i suoi vestiti eccentrici, le sue mani velocissime e le sue smorfie conquista tutti. Il duetto con Jeremy Colson mentre picchia selvaggiamente la sua batteria è incredibile, Vai lancia la sua chitarra intorno a se distorcendola dietro alla schiena, sul fianco, suonandola picchiano sulle corde dietro alla testa. L’assolo d’arpa sembra quasi magico e subito dopo, il ritmo del concerto, fino ad ora suonato a velocità folli, rallenta per permettere ai due chitarristi di sedersi con le loro chitarre acustiche, accompagnati dall’arpa e da Bynoe con il contrabbasso, per una versione molto coinvolgente di Rescue me or bury me durante la quale Steve Vai canta nuovamente in modo molto intenso. E’ il momento di uno dei siparietti della serata con Steve che chiede al pubblico dove sia finito Colson e tutti urlano a gran voce il nome del batterista. Echeggiano dei colpi di batteria nell’aria e da dietro le quinte appare il tatuato musicista indossando una serie di batterie elettroniche e tamburi illuminati da fili di luci led. Dopo un lungo dialogo tra i due la musica ricomincia con Pusa road per poi proseguire con un assolo di Jeremy, prima a quello strano strumento che si è appeso al collo e poi alla batteria vera. Si spengono le luci e questa volta tocca a Steve rientrare vestito di luci led lampeggianti, maschera alla Iron Man illuminata da fila di lampadine e lampeggianti da dita e chitarra.

Il trionfo del kitsch sul palco, ma l’effetto scenico non è male, anche perchè vedere le dita di Vai muoversi alla velocità della luce con il gioco di lampi nel buio e nel fumo è davvero spettacolare. Altro momento di relax per riprendere fiato e sul palco salgono tre spettatori presi dal pubblico. La scenetta è divertente quando uno dei ragazzi continua a scattare foto dal palco con l’Iphone e viene pubblicamente redarguito dal chitarrista con un esplicito “Metti via quel fottuto telefono” e il gesto di volerlo lanciare via. Il compito dei tre è quello di simulare con la voce un suono che vorrebbero sentire dai musicisti e questi ultimi devono riprodurlo. La base costruita in questo modo è il terreno su cui Steve compie un’improvvisazione e crea al momento un nuovo pezzo. La minaccia di 5 ore di concerto lanciata all’inizio dello spettacolo viene ribadita, ma poi dice che si trattava solo di uno scherzo, anche se in realtà siamo arrivati già a due ore e mezza di live. Durante l’ultimo brano For the love of god si lascia andare a un assolo in cui mette in mostra tutte le tecniche chitarristiche di cui è sicuramente uno dei massimi esperti mondiali di sempre, compresa la leccata finale delle corde della sua Ibanez. La chitarra nelle mani di Vai geme, urla e sembra viva. Gli spettatori non ne hanno abbastanza e chiamano a gran voce il virtuoso che rientra sul palco per godersi il delirio del pubblico che urla e batte mani e piedi facendo vibrare tutto il teatro e risponde con una versione spettacolare di Taurus Bulba,

 che scatena una vera e propria ovazione. E’ passata la mezzanotte da qualche decina di minuti quando la leggenda americana saluta il pubblico entusiasta e si spengono le luci. Una serata fantastica da ricordare con un sorriso, quello diabolico di Steve Vai.

GALLERY by Luca Latini

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