STATELESS @ Magnolia (MI)

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stateless STATELESS @ Magnolia (MI)

STATELESS @ Magnolia (MI) di F. Consoli

Innanzitutto c’e’ Dj Shadow, rinomata ed appassionata mente coinvolta nel progetto sin dagli esordi. Poi le etichette che si sono succedute negli anni, dalla mastodontica e clericale Sony, fino alle piu’ esoteriche – e non meno prestigiose – indipendenti, la tedesca !K7 prima, Ninja Tune poi (ora). Senza dimenticare il produttore artistico, Damian Taylor, gia’ in passato firma in calce a lavori di Prodigy e Bjork. Per concludere con Thom Yorke, l’inquieto e geniale portavoce delle irrequietudini urbane contemporanee, che pare ascolti Stateless sotto la doccia. Un pedigree di tutto rispetto per il gruppo di Leeds, promosso londinese per meriti da un paio d’anni. Dunque gomiti alti e sguardo risoluto per affrontare la ressa del Magnolia, e ben in anticipo: e invece no. Alle nove e mezzo ad attendere siamo ancora meno di una dozzina di persone, incluso il gruppo. Stateless e’ uno di quei progetti per i quali ti stupisci di come possa succedere che ci siano code di fan a srotolarsi in cerca della prima fila, magma di umanita’ aggrovigliato umidiccio gia’ ore prima dell’inizio del concerto. Ma in fondo c’e’ un sadico piacere a entrare in un locale e vedere un palco piccolo e semi allestito: la musica induce possesso, ma a piu’ persone appartiene, meno ti appartiene. Stateless per me rappresenta la gemma che scopri per caso e che custodisci gelosamente. Solo raramente te ne fai portavoce, combattuto tra l’impulso alla divulgazione ed uno strano istinto di protezione. Tra i proclami roboanti del passato e le speranze ridimensionate del presente ci sono loro: Chris James, Justin Percival, David Levin e Kidkanevil (che non si e’ mai visto un addetto ai suoni e programming con nome e cognome). Loro non si guardano indietro, e siccome i pezzi vecchi li conosciamo gia’ tutti dicono, James ci annuncia che suoneranno solo brani del nuovo e pressoche’ inedito album, Matilda. “British attitude” sin da subito sul palco. Nel frattempo il locale si e’ riempito. Appare da subito chiaro che l’elettronica e’ presente in maniera massiccia e senza dubbio superiore rispetto all’album d’esordio, ma non se ne fa eccessivo sfoggio se si escludono le deflagrazioni della seconda parte di Assassination. Diventa piuttosto l’alveo su cui si adagiano sonorità nuove, gitane e mediorientali, o ancora il sitar nell’introduzione di Ariel. Miles to Go e’ il brano che ritrova in pieno il trasporto dell’album di debutto, la voce di James pericolosamente evocativa, con riverberi di buckleyana memoria. Con I am on fire abbandoniamo qualsiasi riserbo o tentennamento da novita’ e ci lasciamo sedurre dal nuovo regalo appena scartato. Il pezzo e’ una drappeggio sublime di falsetti e vocaleggi tratteggiato a due voci assieme al talentuoso Percival, laddove nell’album sara’ interpretato invece dalla voce di My brightest Diamond, Shara Worden. Intanto, Bob Dylan ci guarda pensoso da una foto appiccicata sulla Telecasater di James. Nel bis c’e’ una breccia nel rigore formale britannico e si trova anche spazio per un po’ d’indulgenza, e Bloodstream acustica a due voci ci ricorda che e’ sempre possibile spingere la nostalgia un passo oltre. Una piacevole indigestione di novita’, che lascia un buon sapore in bocca, per un album che parrebbe poter serenamente ambire ad essere degno successore di quello di esordio del 2005. Ne discutiamo animatamente durante una partita a ping-pong alla fine del concerto nella saletta attigua. Sara’ forse un caso che suonare e giocare si traducano con la stessa parola in inglese: appare Chris James, che ci stupisce con un timido “can I play?” Inutile dire che la granitica tradizione da oratorio nostrana ha avuto la meglio sulla stentata performance turistica del suddito di sua maesta’. Coraggio Chris, non si puo’ essere bravi in tutto. Stateless: l’elettronica e l’arte del ping-pong.

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