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SIMPLE MINDS
@ Alcatraz – 25 Febbraio 2014

I Simple Minds all’Alcatraz sono di casa, perché è oramai dal 2002 (dal tour dell’album “CRY”) che il famoso locale di Milano è tappa fissa nei tour della band. Sembrano lontani i fasti del tutto esaurito a San Siro, ma da allora sono passati venticinque anni ed il mondo della musica è cambiato più volte. Esaurita la spinta propulsiva guadagnata negli anni ’80, non molti artisti hanno saputo sopravvivere ai vari stravolgimenti musicali degli anni ’90. Stretti tra il Brit Pop da un lato dell’Atlantico ed il Grunge dall’altro, pochi sono stati in grado di ritrovare l’ispirazione e l’energia degli inizi: umanamente e musicalmente parlando.

Se da un lato artisti come Madonna o gli U2 hanno puntato sull’impatto visivo ed emotivo delle performance dal vivo (tralasciando fin troppo spesso il versante puramente musicale) altri hanno preferito chiudersi in luoghi più intimi e congeniali, a ricercare quel rapporto con il proprio pubblico che ineluttabilmente sparisce alla presenza di decine di migliaia di spettatori, o quando il palco diventa un oggetto totalmente privo della scala emotiva di un essere umano. Mentre la prima e la più immediata sensazione che ho percepito martedì scorso all’Alcatraz è stata proprio l’intimità e la familiarità. Jim Kerr, Charlie Burchill e Mel Gaynor, accompagnati da Jed Grimes, Andy Gillespie e dall’elegante Sarah Brown si sono esibiti su quel palco come nei primi anni ’80 (o anche più di recente) si esibivano sul palco del Barrowland nella loro amata Glasgow. Da allora la formazione della band è cambiata più volte, fino a trovare negli ultimi anni, elementi di grande rilevanza: primo fra tutti Andy Gillespie alle tastiere. Andy non è solo un capace session man, ma insieme alla band è stato in grado di gettare uno sguardo nuovo sui brani “storici”, ottenendo un risultato di grande novità senza stravolgerne l’originale unicità. E così l’esecuzione live di pezzi come “Hunter and the Hunted” o “The American” non è più un semplice salto nel passato.

Il palco su cui la band si esibisce è un palco molto semplice, quasi spartano, anche se non raggiunge gli eccessi francescani di alcune esibizioni degli anni compresi tra il 1998 ed il 2002. Ma seppur non concedendo nulla alla tecnica come era stato invece per il palco che li ha seguiti nel tour dei 25 anni di attività così come del “5X5” (una serie di concerti ove i Simple Minds eseguivano cinque brani da ognuno dei primi cinque album), l’estetica è caratterizzata da un uso sapiente e calibrato delle luci sotto la regia del canadese Stephen Pollard, già collaboratore di Linkin Park, Adele, U2 e Psychedelic Furs.

Sebbene lontani dalle parti alte delle classifiche da un po’ di tempo, i Simple Minds non hanno mai smesso di scrivere e di registrare, anche se lasciando passare spesso molti anni tra un album e quello successivo. Ed è con ”Broken glass park”, inedito del 2013 che inizia il concerto. A seguire “Waterfront”, con l’imponente giro di basso che venticinque anni fa, fuori dai cancelli chiusi dell’Arena di Verona, fece saltare tutta la piazza. A seguire brani vecchi e nuovi amalgamati con naturalezza, seguendo un filo conduttore eminentemente emotivo, fino ad un primo intervallo preceduto da una coinvolgente “Dolphins” e da “Let the day begin”, cover dei The Call contenuta in “Searching for the Lost Boys” il secondo album di cover della band dopo “Neon Lights” del 2001.

La seconda parte del concerto inizia con una tiratissima versione strumentale di “Speed your love to me” costruita attorno alla chitarra distorta di Charlie Burchill ed al ritmo “electro” (così è la definizione stessa del brano come presente sulla scaletta) orchestrato dalle tastiere di Andy Gillespie e la batteria di Mel Gaynor. A seguire la seconda ed ultima cover: “Dancing barefoot” di Patti Smith reinterpretata dalla nuova corista Sarah Brown fasciata in un tailleur in fantasia scozzese. Ma è con la sequenza che partendo da “Someone somewhere in summertime” arriva a “Don’t you (forget about me)” che l’atmosfera si incendia, in particolare con la bellissima “This is your land” (brano che la band sembrava quasi aver dimenticato) e l’oscura “Hunter and the hunted”, il quinto brano tratto da “New Gold Dream (81/82/83/84)” il capolavoro del 1982. E poi arriva “Don’t you (forget about me)”, brano che non amo, ma che fa parte della storia della musica degli anni ’80, uno di quei pezzi che una band non può non eseguire dal vivo: pena il pubblico linciaggio. Anni fa Jim Kerr disse che quasi si vergognava di aver scritto un testo contenente la parola “baby” (dimenticando forse un brano contenuto in un album di soli due anni prima), ma che quel brano in fondo l’avevano desiderato così tanto fin dal primo momento (era stata scritta inizialmente per Billy Idol, anche se la versione che conosciamo ora fu ampiamente rimaneggiata dai Minds) che non farla ora non sarebbe rispettoso verso i fans tutti. La terza ed ultima parte del concerto inizia invece con l’unica nota stonata, poiché “Light travels” è un brano che dopo “Don’t you” praticamente sparisce e non è neppure in grado di aprire degnamente la strada alla sequenza finale: “New gold dream”, “Sanctify yourself” e l’immancabile “Alive & kicking” che riporta in equilibrio la salutare alternanza simpatico/parasimpatico con la dolce quiete finale che è in grado di generare.

I Simple Minds li vidi per la prima volta a Verona, nel settembre del 1989 e da allora li ho visti in media una volta all’anno. Molto è cambiato in me ed attorno a me in questo tempo e la stessa cosa la si può certamente dire di loro, ma una cosa non è cambiata: la passione che hanno sempre messo nei loro concerti. Anche se ha smesso di saltare e correre per il palco come il folletto che era tanto tempo fa, Jim Kerr trova sempre il modo di restituire tutto l’affetto e l’ammirazione che da anni il suo pubblico tributa a lui, a Charlie Burchill ed a Mel Gaynor.. “the best drummer in the world”.

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