Rock Icons – LOU REED

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SPECIALE ROCK ICONS – LOU REED
Sound And Vision Magazine (Sept 2008)
Illustrazioni di Andrea Blitz e Osvaldo Casanova

Se c’è un uomo che ha fatto del rock’n'roll la propria arma di difesa, veicolo di emozioni, dal passato combattivo ed intenso, e per cui la musica è stata la vera salvezza, è senza dubbio Lou Reed. Specchio di un’epoca che cambiava, uomo che fuggì dalle dipendenze con il solo potere della musica, mito in continua evoluzione artistica, in un circuito creativo che unisce l’arte alla vita, l’immaginazione alla realtà, con la coscienza di un passato tormentato:  “Una delle mie regole è: mai ascoltare i propri vecchi dischi. Chi lo fa è solo un idiota nostalgico intento a crogiolarsi senza interesse a inventare qualcosa di nuovo. Io credo che la vita sia troppo breve per concentrarsi sul passato, preferisco guardare al futuro”.

Rock eterno, amore e dolore in una sola anima. Lou Reed, classe ’42, figlio della tipica famiglia borghese americana, e cresciuto ascoltando di nascosto il rock perché proibito, la cultura hippie voleva tematiche pacifiste e sentimentali, e non inerenti a morte, droga e sessualità, come Lou scriveva. La concretezza di Lou Reed caratterizzò sia la produzione da solista che quella con i Velvet Underground, ispirata alla Beat Generation, a caratterizzare la popolazione metropolitana degradata ed oscura, con amarezza ed intermezzi ironici e sottintesi. Un lessico mirato ed organizzato, umanità disperata, mitologia della strada, inquietudine, il monologo interiore a donare intimità, l’infrangersi del sogno americano come il punk andrà a celebrare anni dopo. Nella musica di Lou Reed sono sparite le sonorità blues ed afroamericane, fino ad allora basi del rock, ma è il dominio del minimalismo in cui cultura ed avanguardia convivono.

Per questa diversità artistica i Velvet Undergroud non ebbero il successo sperato, fino all’apporto artistico di Andy Warhol, che, affiancando loro la cantante tedesca Nico, nel 1965, li scritturò all’istante per l’Exploding Plastic Inevitabile, una sorta di avanguardisti con spettacolo multimediale, atto ad abbattere le barriere fra le arti, nell’ esecuzione contemporanea di differenti eventi artistici, danza, fotografia, pittura,  luci, diapositive e film dello stesso Warhol proiettati sulla band durante il concerto, a metà tra arte e consumo di massa, in perfetto stile pop-art. La Factory di Warhol,collettivo creativo alla ricerca dell’esagerazione e del raggiungimento dei 15 minuti di celebrità, fu per Lou Reed scrigno lo d’ispirazione della vita. Nasce così uno degli album più importanti della storia del rock, “The Velvet Underground And Nico” (’67), miscela tra la vocalità spettrale di Nico e la brutalità musicale dei VU. Memorabile la copertina firmata dallo stesso Warhol, raffigurante una banana sbucciabile.

Viole dissonanti, feedback eterni veicolati dalla voce di Reed, e ballate oniriche di Nico, musica innovativa e esibendo atteggiamenti effeminati all’epoca disdicevoli al punto da essere sottoposto all’elettroshock, trova nella musica e nella poesia le proprie dimensioni più alte ed intime. Amico e discepolo di Delmore Schwarts, scrittore ebreo della Middle Generation, da cui si ispirò per i componimenti concisi, che, veicolati da minimali accordi, in una sorta di romanzo rock e semplice . Insieme al polistrumentista John Cale, alla prima donna batterista Maureen Tucker e a Sterling Morrison, fondò quei Velvet Underground che misero le basi del rock moderno, della scena alternativa, oscura e realistica, proponendo un rock poetico e profondo. Memorabili brani quali “Venus In Furs”, “Sister Ray”, “Sunday Morning” ed “Heroin”, che alla fine degli anni ’60 colpirono per l’originalità, tra sonorità dissonanti alternate a melodie suadenti, in cui colpiva quel cantare-parlato, in tempi in cui culturalmente lancinante. Dopo la separazione da Andy Warhol, da Cale nel ’68 e dai Velvet Underground, la fragilità di Lou viene sconvolta, fino alla frequentazione del Collective Coscience di New York, salotto letterario per scrittori rock, per cui attraverso Richard Robinson, produttore della Rca, conobbe l’astro nascente inglese David Bowie, da sempre ispirato dai testi di Lou Reed, fino al punto di arrivare a produrgli il secondo album solista “Transformer”, che lo consacrò immortale con le perle glam-rock, quali “Perfect Day”, “Satellite Of Love”, “Vicious“ e “Walk On The Wild Side”, trasformandosi visivamente nel fantasma del rock, tra trucco giapponese ed unghie nere.

lou reed o 2008 300x300 Rock Icons   LOU REEDLa storia del mito partorì uno dei concept album più immaginifici e tragici della storia della musica, “Berlin” (1973), nel momento in cui lo stesso Reed si stava separando dalla moglie, riuscendo ad ideare dal proprio malessere il dramma del fallimento sentimentale e sociale dei suoi protagonisti. Ambientato nel decadentismo angosciante berlinese d’inizio secolo, l’album racconta poeticamente una storia d’amore malata e disperata, tra sesso, nichilismo e droga, in cui i personaggi vengono delineati attraverso il monologo, per esempio in “Sad Song” (auto-epitaffio della Caroline suicida) . “Berlin” , trasognante, doloroso e delirante, fu tagliato dalla casa discografica a scapito della potenza cinematografica di ogni singola canzone. Piccoli cortometraggi musicali. Ma si sa, la popolarità non sempre va di pari passo con l’arte e la potenza onirica. Anni dopo acque L’opera di rottura, “Metal Machine Music” (’75), primo noise-rock album mai pubblicato prima di allora, con oltre un’ora di feedback  stratificato, di classicismo e rumore senza parole, al quale seguenti band di successo si ispirarono, come i Sonic Youth e lo stesso movimento punk. Seguiranno episodi meno creativi, di cui il banale “Mistral” fu l’apice negativo. Dopo gli album creati grazie al breve ed intenso affiatamento artistico con Robert Quine (“The Blue Mask”su tutti), è la morte di Andy Warhol, nel 1987, a rinvigorire il flusso creativo di Lou Reed, che richiama John Cale per la composizione di una biografia musicale di Warhol, atta alla glorificazione realistica dell’uomo.

Nasce così “Songs For Drella” , concept  album a rappresentare i lati opposti del genio multimediale. Su questa scia esce anche “New York” (1989), capolavoro tra e cadenza sociale,conomica e morale degli Stati Uniti. L’ultima canzone, “Dime Story Mistery”, dedicata ad Andy Warhol, riflette su morte e fede. Lou Reed ora non è più genio tormentato ma uomo maturo e consapevole, lucido e pungente poeta soave. Altre perdite colpiscono l’artista al la stesura del l’ennesimo capolavoro, “Magic And Loss,” a completare la trilogia del dolore iniziata con “New York”. La perdita diventa arte, magia in liriche rarefatte e melodie impalpabili. Da allora la carriera di Lou Reed prende una svolta, grazie anche all’aiuto della sua  attuale compagna Laurie Anderson, artista concettuale newyorkese, fino ad “Ecstasy” (2000) che è la consacrazione alla vita matura. Due anni dopo uscirà “The Raven”, omaggio al poeta Edgar Allan Poe, in una immaginaria rivisitazione delle sue opere e della sua vita, con l’apporto di ospiti quali David Bowie ed Ornette Coleman.

Nel 2007 esce “Hudson River Wind Meditation” , elettronico e meditativo, e Reed riporta in scena in Europa “Berlin”. Così tra collaborazioni (i Kiss e i più recenti The Killers) e cinema, in “Così Lontano, Così Vicino” di Wim Wenders, Lou Reed ha scritto la storia della musica. Scrittore, poeta, colto musicista, ricercatore sociale, sintesi della pop-art. Ironico e difficile, chitarrista animoso, voce inimitabile, autore di canzoni ancora attuali. Un uomo-leggenda dedito al rock’n'roll, che con l’eterno trasformarsi e vivere, ha creato perle della storia della musica, in un circolo per cui l’arte imita la vita che imita l’arte, perfetta definizione dell’opera tutta di Lou Reed che ha tratto dai propri turbamenti ed abusi, il serbatoio per la pro pria creatività, trasformando il dolore in arte. (di Ilaria Rebecchi)

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