ROBERT PLANT

Robert-Plant

ROBERT PLANT
Hydrogen Festival, 14 luglio 2014, Piazzola sul Brenta
Foto di Serena Viola Reginato

Sulla strada che porta a Piazzola sul Brenta, e precisamente alla bellissima piazza antistante Villa Camerini, una certa smania pre-concerto si impadronisce del sottoscritto… Robert Plant, voce storica dei Led Zeppelin, in concerto a due passi da casa! Certo, voce e leader con Jimmy Page, degli Zeppelin, ma solista da più di trent’anni, vale a dire dallo scioglimento della band in seguito alla morte di Bonham. La curiosità di ascoltare dal vivo per la prima volta una delle voci più importanti del rock (qualcuno a suo tempo disse che quella di Plant poteva essere benissimo la voce di Cristo) è tanta. L’esibizione di Plant, affiancato sul palco dai suoi The Sensational Space Shifters è preceduta dal live dei North Mississippi Allstars, band rock’n’roll con richiami blues, formata nel 1996 dai fratelli Luther e Cody Dickinson. E anche se il compito di aprire un concerto di Plant, oltre che un onore, può sembrare maledettamente difficile, la band non solo scalda il pubblico, ma direi pure lo entusiasma, con continui cambi di strumento ed esecuzioni impeccabili.

Quando però le luci si abbassano e sul palcoscenico entrano i musicisti che accompagnano la leggenda, si capisce quanto grande sia l’attesa e quanto l’aria sia carica di una tensione positiva: un boato impressionante saluta l’entrata in scena di Robert Plant, che regala subito ai fans una bellissima versione di “No quarter” dei LZ. L’ormai sessantaseienne rocker si muove con molta meno verve sul palco, ma la sua lunga chioma riccia è un marchio registrato, così come la sua incredibile voce, che si scalda con le successive “Turn it up”, anticipazione, come “Rainbow”, del prossimo album in uscita a settembre, “Lullaby and…the ceaseless roar”, e “Spoonful”. La sperimentazione musicale, a lungo sposata in tutti questi anni da Plant, e che lo ha portato a toccare generi così diversi dal rock dei ’70, permea i nuovi arrangiamenti di classici degli Zeppelin come “Black dog” e “Going to California”, alternate in scaletta a brani del repertorio solista. A ribadire che non è un concerto degli Zeppelin, qualora ce ne fosse stato bisogno, il cantante inglese declama con orgoglio “We are The Sensational Space Shifters!”, e a quei pochi che da sotto il palco insistono troppo a richiedere canzoni del glorioso passato non risparmia un ironico invito “Generazione sbagliata, vai a dormire…”.

La magia della serata è innegabile, la partecipazione del pubblico è totale, anche quando le novità stilistiche si fanno ardite, ma forse il climax del concerto viene raggiunto dalla splendida esecuzione di “Babe I’m gonna leave you”, altra celeberrima canzone dei Led Zeppelin. Qui, davvero, il passaggio da momenti di rock deflagrante ad altri di toccante intimità rende indimenticabile il momento. La presentazione, da parte di un Plant visibilmente compiaciuto, di tutto i componenti della band precede “Little Maggie”, altro brano dal prossimo album, tra country e blues, e “Fixin’ to die”, che introducono un altro pezzo forte della serata, quella “Whole lotta love” che ha ulteriormente scaldato il cuore a tutti i presenti, resa anch’essa con arrangiamenti variegati (dal blues all’hard rock classico all’etnico). Il saluto al pubblico è solo temporaneo, perché al momento dei bis Robert Plant regala a tutti i suoi fans altre due perle: “Nobody’s fault but mine” e la classica “Rock n’ roll” a chiudere quasi un’ora e mezza di splendida musica. Il ruggito del vecchio leone del rock si leva ancora forte. Lunga vita al vecchio leone!

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