RED HOUSE PAINTERS “DOWN COLORFUL HILL”

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redhouse RED HOUSE PAINTERS “DOWN COLORFUL HILL”

Ci sono dischi che non invecchiano mai. La copertina rimarrà lì ad accartocciarsi e ad ammuffire, ma i solchi resteranno quelli di sempre, condannati ad eterna giovinezza. “Down Colorful Hill” è il primo disco dei Red House Painters e il loro apice creativo. Una pietra miliare ed espressione autentica dell’universo malinconico e depressivo privato del leader Mark Kozelek. “Down Colorful Hill” è un disco definibile quasi come ‘visceralmente triste’. Le vicende autobiografiche del cantante lo permeano in profondità e ne segnano i toni oscuri, benché non irrimediabilmente neri. La depressione non sfocia nel nichilismo, bensì in una sorta di ‘quiet desperation’, una rassegnazione a un destino trionfante, contro il quale è inutile battersi. Da qui le storie di amori infelici, di speculazioni sul suicidio e sulla triste fine di amici cari. A tutto ciò fa il paio una musica dai ritmi languidi, semplice eppure criptica, nelle sua riverberata ripetitività. Una colonna sonora degli psicodrammi di un cantore infelice ma ispirato. “24″ inizia con arpeggi incantati e catatonici, squarciati dall’ingresso di un basso e una batteria minimali. La splendida voce di Kozelek irrompe in modo volutamente inespressivo e monotono, al centro della scena, registrata in modo da echeggiare nello spazio, rendendolo ancora più irreale e solitario. Le liriche riflettono sul significato di vecchiaia e gioventù, consegnando al ritornello il compito di esporre la disperante morale (‘Oldness comes to life/the youth they dream suicide’). E quando il pezzo sembra finire, un cambio inaspettato lo consegna alla storia, con le chitarre che si inseguono in circonvoluzioni apatiche e reiterate. Quattro rintocchi di bacchette danno il via al manifesto del disco, ‘Medicine Bottle’. Volendo rappresentare in un’immagine questo brano, penserei a una strada di montagna battuta dalla pioggia, una coppia con un’auto in panne, un albergo sinistro sulla distanza. Il brano parla appunto di una relazione ormai finita, scandagliata in modo al contempo psicanalitico e letterario (‘Giving into love/and sharing my time/letting someone into my misery’). La musica fa da sfondo in modo perfetto al fluire della storia, con chitarre pulite e grattugianti che si intrecciano. Oltre nove minuti che, in mano altrui, sarebbero risultati insopportabili: qui è come ascoltare un racconto in musica. ‘Down Colorful Hill’ è una marcetta appena più solare, che parla di incertezza e paura di sbagliare (‘Prayers/prayers for success/Prayers always die in time’), con la voce che finalmente si eleva e conduce il brano attraverso una coda ammaliante e soave. Melodie oblique accompagnano ‘Japanese To English’, incentrata sempre sull’indecisione che immobilizza e deprime (‘What I had to say is unsaid/what I had to do is undone’), con il ritmo che si velocizza e si scioglie un po’ rispetto a prima, e porta al pezzo più scanzonato del lotto, ‘Lord Kill The Pain’. Su una struttura melodica non immediata ma efficace, Kozelek canta un testo ironico (‘Lord kill the pain/Kill my girlfriend/And kill my best friend Sam’), mentre gli strumenti lo assecondano col pezzo più carico e movimentato del disco. Il disco si chiude con ‘Michael’, lamento per la scomparsa del ‘my best friend’ per Kozelek, stavolta più coinvolto ed emotivo nel canto. “Down Colorful Hill” non si assorbe con un ascolto: è un album che ha bisogno del suo tempo per essere assimilato e compreso. Ma la ricompensa vale decisamente il prezzo dell’attesa.

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