…READY TO SET ON FIRE?

DSC_0202

DSC 0202 ...READY TO SET ON FIRE?

…READY TO SET ON FIRE?

“Eravamo a Berlino a suonare anni fa… Non avevamo ancora il nome della band e a dire il vero eravamo un po’ frustrati per questa cosa. Il tour si chiamava “Madbones featuring Olly from the Shandon”: davvero una tristezza infinita, ma era l’unica cosa da fare. Alcuni ragazzi dei Beasteaks, una super band tedesca, vennero a vederci. Il bassista mi conosceva e mi disse: “Come mai non avete un nome?” Io dissi che ci eravamo appena formati e non avevamo trovato nulla di lontanamente decente. Lui disse: “Se io avessi un’altra band la chiamerei The Fire”. Detto, fatto…”

Il nome non smentisce: sono fuoco, fiamma viva, energia pura. On stage mostrano i denti e catturano l’attenzione, sarà perché si son fatti le ossa dopo anni di esperienze sui palchi di mezza Europa, e questo si vede. Sembrano i tipici ragazzi con cui tua madre non ti permetterebbe di uscire, quelli coi tatuaggi ed il fare spavaldo… ma sotto la scorza, quando a parlare non è solo il loro aspetto ma la loro musica, dimostrano tenacia e talento da vendere, due qualità che scarseggiano ormai in un panorama (quello musicale italiano) dove è sempre più difficile trovare band “sincere”. Li conosciamo meglio grazie a Lou, chitarrista della band ed ex Madbones, che ci accompagna nella scoperta partendo dall’anima della fiamma…

Se dovessi inquadrare il progetto “the fire” in poche parole, o per meglio dire… con tre aggettivi… quali vi descriverebbero meglio? Se ti devo parlare della nostra musica: aggressiva ma gentile e, soprattutto, vera. Se ti devo invece dire di un nostro show: Potente. Potente. Potente.

Ora capiamo meglio chi siete… indaghiamo nel passato: I Fire nascono dalla fusione di Shandon e Madbones, gruppi entrambi abbastanza conosciuti nella scena della musica “alternativa” italiana. Cosa vi è rimasto di queste esperienze precedenti e cosa invece avete reinventato nei fire? Sul piano dell’ esperienza tutto serve. Tutto ti forma. I Madbones e gli Shandon hanno posto le fondamenta di quel progetto che si sarebbe poi chiamato The Fire. Abbiamo reinventato completamente il genere musicale. E questo è stato il passo più importante e difficile. Si è passato da due generi (il punk-rock e lo ska- core) che innanzitutto erano in qualche modo predefiniti, con le loro “regole” non scritte, ed inoltre erano contestualizzati in un dato periodo storico e in una certa “scena”. Uscire da un contesto di questo tipo significa quindi essere completamente liberi, senza vincoli di genere e di stile, compresa l’immagine del gruppo. Questo ovviamente ha i suoi pro e contro. Sei ovviamente libero di fare un disco di tracce molto diverse una dall’altra (e penso che sia una caratteristica che ci contraddistingue parecchio) ma dall’altra parte ovviamente sei completamente spaesato e non sai cosa si aspetterà da te e come reagirà il tuo pubblico.

Avete un nome inglese e cantate in inglese. Non la ritenete una sfida riuscire a rivolgervi ad un target italiano? Assolutamente sì. Il popolo italiano è esterofilo. Ascolta un sacco di musica inglese ed americana. Ma se la stessa è fatta sul proprio territorio, allora non va più bene. Inspiegabile,no? O meglio, la spiegazione c’è, ma va cercata in una dis-educazione scolastica che ci porta ad essere uno dei paesi occidentali in cui si parla peggio l’inglese. Abbiamo una tradizione di doppiaggio televisivo ammirevole e fantastica, che però ha fatto in modo che il nostro orecchio non si abituasse a quella che invece è, in mondo con sempre meno barriere, la lingua più comunemente usata. A questo uniamoci decenni di edizioni di Sanremo, et voilà, il danno è fatto! Ma torniamo a noi… perchè, quindi, cantare in inglese quando abbiamo una lingua splendidamente musicale ed un vocabolario da far invidia a Shakespeare? Semplicemente perché l’inglese meglio si adatta al rock. Suona più efficace, più diretto. Quindi semplicemente ce ne freghiamo se saremo di difficile ascolto per qualcuno. Non entreremo mai nelle grazie di qualche major italiana, facendo così. Lo sappiamo ed abbiamo accettato la sfida.

Gran parte del vostro lavoro è composto anche da numerosi live, sembra non vi stanchiate mai e le date del tour dopo l’uscita di “Loverdrive” continuano a sommarsi. La gente è ancora presente sotto ai palchi o vedete anche voi meno passione alla musica dal vivo in questa generazione? Senza concerti ci manca l’aria… ahahah. Veramente….sai? Sei in tour da due settimane, torni a casa e dopo tre giorni ti viene la depressione. Quindi i concerti sono un po’  i nostri antidepressivi! In Italia la gente si sta stancando di andare a concerti che non siano della cover/tribute band di turno. E non credo sia per il costo del biglietto d’ingresso. È  semplice pigrizia mentale. Non si ha voglia di impegnare il proprio cervellino ad ascoltare qualcosa di nuovo. Se invece c’è l’evento allora si va… però mai uscire di casa prima di mezzanotte, eh? Quindi i poveri gruppi spalla non se li caga nessuno. Anche all’estero stanno cominciando a prendere piede le cover-band, ma c’è ancora la “fame di musica” e l’apprezzamento ed il rispetto per chi propone musica propria.

Cambiando argomento, quali gruppi vi hanno più ispirato, plasmando anche il vostro modo di far musica? Ci sono artisti emergenti nazionali che voi considerate validi o a cui v’interessate? Bella domanda. Abbiamo cinque teste molto diverse, musicalmente. Ascoltiamo di tutto; dal rock anni ‘70 al glam, dal punk al reggae, dal blues al jazz, fino al metal. E tutto questo si riflette nella musica dei Fire. Ci sono artisti italiani validissimi, più o meno emergenti. Cito i carissimi amici Seed’n’Feed e gli Small Jackets. Mentre tra le giovani promesse i D-Vines e i Continual Drift.

Come definireste il vostro rapporto con la rete, cosa ne pensate della promozione tramite networks e dell’ormai grande possibilità di trovare la musica a portata di click? Pensate che il potersi promuovere più facilmente per chiunque sia un fattore negativo o positivo? Il mio è pessimo. Non ho neanche Facebook! Per la musica e la divulgazione dell’arte la rete invece è importantissima ma, più che altro, inevitabile. È il mezzo più democratico possibile. Ognuno, anche con pochi mezzi, può far arrivare la propria arte a chiunque. Di contro è anche il meno corretto. Come in un social network, in una chat, ognuno si può fingere chi non è, così nella musica ti trovi band dal look fighissimo, servizi fotografici splendidi, dischi registrati magistralmente… e poi spesso quando vai a vederli dal vivo cade la maschera e ti trovi una band da due soldi. Siamo la generazione dell’apparire, quindi a volte sembra più importante avere lo sponsor per le scarpe che non sapersi accordare la chitarra. Fino a qualche anno fa c’era una scrematura più naturale. Chi non valeva non registrava i dischi. Ora siamo oberati di band. C’è troppa scelta ma i mezzi di giudizio non sono più corretti.

Nel vostro curriculum vantate di numerosi featuring, ultimo tra tutti “Electro Cabaret” con Roy Paci, EP con una particolarità: il suo prezzo “a scelta”. Credete la profonda crisi musicale sia dovuta anche dall’alto prezzo dei cd? Inizialmente sì. I prezzi alti dei dischi hanno fatto sì che la gente preferisse scaricarli. Ora ormai che si è innestato questo meccanismo, anche se si abbassassero di colpo non credo che molta gente tornerebbe a comprarli. Personalmente compro un sacco di dischi in special price o su negozi virtuali come amazon, dove con 5-10 euro ti puoi comprare un disco. L’Ep “Electro Cabaret” inizialmente voleva essere dato gratuitamente, ma poi abbiamo pensato che se lo regali lo sminuisci e la gente non gli dà il giusto peso. Quindi ho pensato di fare questo esperimento. L’arte per me deve sempre avere un prezzo e in questo caso è stato il pubblico a dargli e quindi darci un valore. È stato molto significativo. C’è chi metteva 50 centesimi come chi metteva 10 euro. C’è chi decideva che ogni canzone valeva 2 euro e chi che l’intero disco valeva 10 centesimi fino a chi ne comprava 10 per farlo ascoltare agli amici. Inoltre così abbiamo dato alle gente l’arma per poter giudicare noi ed il concerto.

Un ultima domanda… Progetti futuri? Cosa vi aspettate dal domani e come ci stupirete? Probabilmente uscirà un altro Ep di questo tipo prima di un Lp vero e proprio. Come ti dicevo le innumerevoli influenze musicali portano a volte alla scrittura di canzoni molto diverse dal tuo stile classico, che quindi difficilmente troverebbero spazio nella “linearità” e forma di un disco da 10-12 tracce.

Ovviamente, oltre a questo, continueremo a solcare i palchi di mezza Europa!!!

Intervista a cura di Viola

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
PICT GALLERY BY VIOLA
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

facebook ...READY TO SET ON FIRE?twitter ...READY TO SET ON FIRE?google ...READY TO SET ON FIRE?tumblr ...READY TO SET ON FIRE?email ...READY TO SET ON FIRE?pinterest ...READY TO SET ON FIRE?