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LIMELIGHT:
R.E.M. MURMUR
Anno: 1983
Etichetta: Irs

In occasione del recente annuncio di scioglimento, rispolveriamo un vecchio disco degli R.E.M., la band che forse meglio di tutte ha saputo mantenere un profilo alternative (almeno fino alla metà degli anni ’90) diventando al contempo un fenomeno di massa. Eppure, lo storico, stupendo album d’esordio, Murmur, nonostante i molti anni ormai passati, mantiene un fascino indefinibile e sfuggente. È ovvio che sia necessario immedesimarsi negli ascoltatori dei primi anni ’80 per carpire l’immenso valore di questo disco, ma è innegabile che la sua uscita generò un caso, una sorta di unicum. Quattro studenti di Athens, Georgia, in giro con il loro furgone per concerti in college, piccoli club e luoghi più o meno ambigui, sono forse il gruppo che è meglio riuscito a realizzare una perfetta sintesi tra cultura underground (quella del DIY, dell’autoproduzione e della orgogliosa difesa della propria diversità) e cultura pop (intesa non solo a livello musicale, ma anche includendo tutto ciò che possa essere considerato “di largo consumo”, “di massa”). Una sintesi apparentemente ingenua e inoffensiva di pop, rock e new-wave, ma che invece si rivelò efficacissima nell’imprimersi nella mente dei giovani americani prima, e nelle menti di qualsiasi persona di ogni età in tutto il mondo. Gli ingredienti base di questo successo erano già tutti, in germe, nel folgorante esordio. Radio Free Europe è un pezzo potente ed evocativo come pochi ancora oggi: al piglio new-wave della strofa segue l’aria sognante e tesa dell’intermezzo, col suo basso melodico, che finalmente sfoga nel ritornello netto e quadrato. Le componenti base della musica del gruppo ci sono tutte: la chitarra arpeggiata di Buck, il drumming preciso e discreto di Berry, il basso presente e cangiante di Mills (oltre ai suoi sempre memorabili contributi al piano e alla seconda voce) e la rinomata voce nasale di Stipe.

Pilgrimage cambia registro, con un’atmosfera tribale, poi consueto intermezzo a disimpegnare e introdurre il ritornello, che ti si appiccica alle meningi, come succede con una buona porzione della loro discografia. Laughing, col suo incipit di basso, ha una connotazione fortemente new-wave: Stipe, ancora un po’ timido con la voce ma già capace di imprimere alla musica della band il suo marchio, canta malinconicamente le sue liriche sempre criptiche e apparentemente incomprensibili, spesso utilizzando la tecnica del cut-up. Il quarto brano è tra i più noti della prima fase storica della band, nonché uno dei più semplici ma emozionanti. Talk About The Passion ha una struttura basica, composta da una strofa con un ritmo ben definito, marcato dal basso e dalla chitarra e un ritornello sognante e da viaggio. In apparenza, non c’è molta differenza con il resto dei brani, da questo punto di vista, ma questa canzone ha un appeal speciale, una specie di capacità magnetica, che fa sì che sia impossibile, una volta ascoltata, togliersela dalla testa ed evitare di riascoltarla più e più volte. Un potente esempio dell’enorme potenziale del gruppo già allora: una capacità di seduzione quasi magica. Moral Kiosk è incisiva e scanzonata e fa da ponte verso Perfect Cicle che, nella prestazione vocale, lascia presagire atmosfere che ascolteremo solo una decina di anni dopo, in Out Of Time: l’uso di una voce dimessa e seriosa è una tecnica usata in numerosi casi da Stipe, soprattutto per brani delicati come questo, e l’effetto è raggiunto grazie anche a un piano doppiato dal suono del clavicembalo, che crea un effetto di antico, reso più evocativo dalle striature di chitarra e dalla batteria con l’eco.

Come altri hanno già detto, gli R.E.M. sono stati una specie di fabbrica di singoli, vista la natura strutturalmente simile di tutti i loro brani, anche se questo ha prodotto, come effetto collaterale, anche un certo numero di cosiddetti riempitivi. Tuttavia, nella loro discografia è difficile trovare un altro disco godibile da principio a fine e con tanti brani che funzionano come questo, dall’incalzante Catapult a Shaking Through, forte di un Michael Stipe più incline all’emotività. Sitting Still ricorda in parte la memorabile Gardening At Night, uscita l’anno prima nell’Ep Chronic Town, mentre 9-9 presenta un’interessante uso delle dinamiche, con la chitarra in modalità ritmica, con le corde stoppate e con quell’effetto pulito di grattugia che ricorda un po’ i Gang Of Four. Si tratta, infine, del primo pezzo nel quale ascoltiamo la voce di Bill Berry. We Walk scambia l’andamento classico in ottavi con uno spensierato ritmo shuffle. La finale West Of The Fields è un brano vario, finito facilmente nel dimenticatoio negli anni a seguire, ma che forse avrebbe meritato maggiore fortuna. Murmur è stato solo il primo tassello in un puzzle emozionante e vertiginoso, che ha portato la band di Athens a figurare tra le più importanti rock band mai esistite. Un cammino che li ha portati tra le braccia della Warner e del clamoroso successo commerciale ma che, come dimostra anche la sobrietà e la grande onestà nell’annunciare l’addio, non li ha snaturati e non ha fatto loro perdere parte della semplicità mostrata nel seminale esordio.

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