Queens of the Stone Age – ROCK IN IDRO

pixies

MILES KANE, PIXIES, QUEENS OF THE STONE AGE – ROCK IN IDRO
di Barbara Bizzotto

In una Arena Joe Strummer che ha visto sicuramente tempi migliori, anche da un punto di vista strettamente meteorologico, si conclude la sesta edizione di Rock in Idro. Aprono i californiani We Are Scientists e chiudono i Queens of the Stone Age, passando, tra gli altri, per Miles Kane e Biffy Clyro, più scatenati del previsto, e, udite udite, per i Pixies. Udite udite, perché ascoltarli è stato sicuramente un atto dovuto, oltre che voluto, ad una band che ha segnato la storia del rock e che a quanto pare ci tiene a non deludere le aspettative di nessuno. Black Francis & Co. sfoderano infatti quasi esclusivamente i pezzi da novanta del loro repertorio: attaccano con Bone Machine e Wave Of Mutilation e salutano con Debaser e l’indimenticabile, e  tuttora indimenticata (come conferma il pubblico in modalità accendino acceso),  Where Is My Mind?, senza tralasciare le cantatissime Here Comes Your Man e Monkey Gone To Heaven. Black Francis gioca ancora con quella sua voce inconfondibile, che stritola i timpani e li accarezza subito dopo. Paz Lechantin, che prende il posto di Kim Shattuck (anche se è Kim Deal quella che abbiamo in mente), è un alter ego femminile dall’eleganza post-punk, una bambola meccanica ed inquietante che arriva dove deve arrivare, sia con la voce sia con il basso. Risultato: quanto di meglio, musicalmente parlando, ci hanno dato gli anni Ottanta e Novanta è ancora lì, ma, allo stesso tempo, non c’è più. Un disarmante mix tra esaltazione per il ritrovato e malinconia per il tempo che fu.

Ci pensa Josh Homme, meno di mezz’ora dopo, a riportarci tutti alla realtà. Alla sua, per l’esattezza. Regine di nome e di fatto, i QOTSA non salgono sul palco. Si fanno annunciare da uno scenografico conto alla rovescia. Un monito inequivocabile: dal momento zero, non ce ne sarà più per nessuno. Ed è così. Un ora e dieci di rock nudo e crudo e di energia purissima (quel che si dice “breve ma intenso”, con un discreto taglio della scaletta proposta ai loro concerti fuori festival e la grande assente I Sat By The Ocean). I Queens of the Stone Age non sbagliano un colpo: sono eleganti (anche nel look, total black con incursioni rosso fuoco), precisi, imponenti. Con una certa soddisfatta strafottenza regalano subito alla loro corte una irresistibile No One Knows. Il pogo esplode, la polvere nelle prime file anche. I QOTSA non danno tregua. Le regine del rock vanno avanti a ritmo serrato, dall’alto di una tecnica impeccabile e di un controllo pressoché perfetto. Padroni assoluti del loro palco e del loro pubblico, nonostante l’aria di chi non dà mai troppa confidenza. Seriamente impegnati a fare qualcosa di davvero importante, i QOTSA suonano davvero come Dio comanda. Il loro è un rock di una potenza tale che, se non ti paralizza, può far muovere ogni tuo muscolo. The Vampire Of Time And Memory segna il momento più intenso, Little Sister il migliore. Song For The Deaf chiude, come da tradizione, una performance che consacra,di nuovo e  senza riserve, Josh Homme e la sua band. Lunga vita alle Regine.

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