Primavera Sound – Porto, Portogallo

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porto Primavera Sound – Porto, Portogallo

Primavera Sound – Porto, Portogallo di Fabrizio Consoli

I festival estivi sono come il cioccolato 100% fondente, idealmente destinati agli intenditori, e rigorosamente da assumere a piccole dosi, per non correre il rischio di ritrovarsi stremati a meta’ strada. Per quanto mi riguarda poi, li affronto sempre con un sentimento misto tra paura e desiderio, dato che non riesco a non ricollegarli ad un pranzo di nozze mediterraneo – tutto prelibato, eppure tempo e quantita’ a volte possono essere letali. Salgo sull’aereo per Porto conteso tra pensieri gastro-esistenziali di questa caratura e letture mortalmente noiose, ma sofisticate (i libri senza figure per capirci), che se pero’ ti capita che ti si sieda a fianco una di quelle bellezze imbronciate radical-chic, beh allora il vantaggio e’ siderale. Nulla di fatto ovviamente: l’unica espressione para-intellettuale offerta dalla compagnia aerea e’ Erland Oye, leader dei Kings of Convenience in volo da Milano sul nostro stesso aereo: lui norvegese D.O.C, inspiegabilmente assorto nella lettura del Corriere della Sera. Un’evoluzione della mia evidentemente obsoleta tecnica di approccio. Per il primo anno Porto ospita la versione portoghese del rinomato ed omonimo festival di Barcellona. Tutto in versione ridotta, ma l’incanto rimane assolutamente lo stesso. Alfonso, l’organizzatore, ci accoglie sorridente e ci parla della sua visione all’origine di questa nuova avventura, ovvero l’idea di esportare un festival che per sua genesi deve rimanere “urbano” in pieno sincrono con l’afflato che ha dato origine a quello spagnolo. E sebbene sia chiaro quello cui mira, o meglio cio’ che vorrebbe evitare – il festival/bivacco a campeggio selvaggio divenuto classico da Woodstock in avanti – saranno il mare a cento metri, o forse l’ambientazione in un curatissimo parco in collina a farci sentire dappertutto tranne che in una citta’. Dunque se da una parte la continuita’ tra la versione spagnola del festival e la sua declinazione portoghese e’ fortemente voluta, dal’altra cio’ che piu’ di ogni cosa sorprende e’ la singolare identita’di spirito che emerge inaspettatamente tra la citta’ ed il Primavera Sound della costa atlantica. Porto e’ una citta’ dimessa ed affascinante, dove a fianco a simboli e  fasti del passato, porta chiari in volto i segni di una decadenza attuale. Mai celata, bensi’ sempre vissuta con grande spirito e dignita’, con i suoi palazzi troppo frequentemente abbandonati, le sua auto vecchie e le sue strade ampie, eppure spesso irrealmente vuote. Una vecchia signora che scevra da qualunque forma di nostalgia ci mostra sorridente le foto di quando era giovane. Allo stesso modo, la line-up del festival e’ anch’essa uno sguardo decisamente rivolto al passato. Quindi fatta eccezione per band dalle sonorita’ elettroniche e piu’ moderne, M83 e Neon Indian, oppure per qualche instant classic attuale, come XX o gli amici Kings of Convenience, il palinsesto resta per buona parte un tributo a band che hanno conosciuto la loro ascesa qualche manciata di anni prima. Tra tutti, siamo contenti di incrociare gli sguardi com Flaming Lips, sempre meravigliosamente sopra le righe (non solo metaforicamente: il cantante Wayne Coyne si improvvisa criceto in una grande palla gonfiabile che rotola tra le mani del pubblico divertito), con Wilco, peraltro reduci da una tournee’ spesso sold out, perlomeno in Europa, oppure ancora Death Cab for Cutie, Spiritualized o i grandiosi Afgan Whigs, direttamente dalla memoria di una precedente versione di me capellone e reazionario.
Menzione a parte per il palco curato da All Tomorrow’s Parties con ospiti sempre al limite tra lo sconosciuto e l’esoterico, che ci riportano Steve Albini con i suoi Shellac, ma anche Warren Ellis, con la sua barba da predicatore sbiellato, il suo violino elettrico, ma soprattutto i suoi esilaranti e visionari soliloqui tra un brano e l’altro. Ci lasciano invece tiepidi gli XX, ragione per molti per attendere le due del mattino di Domenica. Impeccabili, forse troppo, in uno spettacolo nero ed iconoclasta che satura la scena di suggestioni, lasciando peraltro spazio solo marginale ad una musica suonata in modo accademico, totalmente priva di interpretazione. Sazi di musica e di dolci tipici, lasciamo Porto con la sensazione vivida di avere invece solamente intaccato la superficie di una citta’ che vive con ritmi pacati e sottovoce, eppure che ha tanto da raccontare a chiunque voglia concederle del tempo e fermarsi ad ascoltarla, magari bevendo un bicchiere del vino liquoroso che della citta’ porta il nome. A piccoli sorsi, ovviamente.

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