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plandefuga PLAN DE FUGA

PLAN DE FUGA
@ New Age Club – 4.01.2013 – di Ilaria Devetag Chalaupka

Credo che, com’è accaduto a me, essere stati venerdì 4 gennaio al New Age di Roncade a sentire i Plan de Fuga abbia dato anche agli altri spettatori più attenti e sensibili la sensazione di partecipare a qualcosa di molto raro e prezioso: assistere, insieme a solo un paio di centinaia di altri ignari fortunati, al riuscitissimo concerto di una band molto promettente, quando ancora la massa non la conosce, prima insomma che anche il resto del mondo si accorga di questo talento (cosa che, c’è da ammettere, al leggendario New Age Club, noto teatro di storici concerti, può capitare). La band bresciana, composta da Filippo De Paoli (chitarra e voce), Marcello Daniele (basso e voce), Simone Piccinelli (chitarra, piano e rhodes) e Matteo Arici (batteria) è impegnata nel tour per il lancio del suo secondo album “Love PDF”. A soli  due anni di distanza dal primo “In a Minute” (gennaio 2010) che, a soli tre mesi dall’uscita, grazie al discreto successo del singolo “Twice”, ha fruttato loro l’ingaggio per l’Heineken Jammin Festival 2010 al fianco di artisti del calibro di Cranberries, Aerosmith ed Stereophonics, i Plan de Fuga tornano con un album più maturo e corposo (cd + dvd con sette video + booklet di quarante pagine) che però non tradisce la loro originaria anima rock che, nonostante le atmosfere dark, è ancora una volta inaspettatamente contaminata da melodie pop, dal groove del funk e dall’intensità di testi davvero incisivi e penetranti.

“La scelta di abbinare al cd anche il booklet e il dvd con i video” spiega il frontman Filippo de Paoli “è derivata dal desiderio di dare all’ascoltatore tutti i mezzi necessari per capire il nostro album. Ci rendiamo conto che la nostra musica non sia di immediata comprensione, visto anche che i testi sono in inglese, ma che invece richieda una certa attenzione e magari qualche ascolto in più per essere pienamente interpretata. Quindi abbiamo deciso di inserire nel booklet, oltre ai testi, anche una serie di riflessioni e immagini utili a capire il contesto e il senso del nostro lavoro.” L’album, come si può facilmente evincere da titolo, è incentrato sull’amore e sulle sfaccettature “del sentimento più complesso dell’animo umano”. Non aspettatevi però un album melenso e languido, si tratta invece di un percorso introspettivo e complesso che affronta davvero tutti gli scenari della passione e dell’amore da diverse prospettive, anche quelle più crude e scomode come il tradimento, la separazione e il sesso fine a se stesso, il tutto magistralmente supportato da melodie coinvolgenti, accattivanti e mai scontate. A integrare l’album, nel dvd allegato, si trovano sette video di altrettante canzoni (quattro editi e tre inediti) che insieme vanno a comporre il particolare e dolce-amaro cortometraggio diretto da Davide Fois.

“Fin da subito [la band è nata nel 2005 - ndr] abbiamo deciso di seguire la nostra strada e restare fedeli a quello che davvero sentivamo nostro. Oggi è davvero difficile sfondare nell’industria discografica, visto che purtroppo ci sono una serie di regole e compromessi da accettare per poter accedere a certi mezzi. Noi abbiamo ricevuto tante porte in faccia e trovato tanti del settore che cercavano di dissuaderci dal continuare in questa direzione per piegare piuttosto verso uno stile più accessibile, più commerciale e più incasellabile. Nonostante questo, abbiamo scelto di mettere sempre la sincerità per prima nella composizione dei nostri lavori, per questo motivo, anche questo nostro ultimo album lo abbiamo scritto, registrato e mixato da soli. È stato un bene che poi all’etichetta che ci ha prodotto, Carosello, sia piaciuto così com’era. In effetti mentre una volta ci dicevano che non era fattibile che la nostra musica funzionasse così com’era, adesso guardandoci ci dicono stupiti “ma allora è possibile!”. Questo ci fa ben sperare verso un’evoluzione della musica in Italia che per ora, salvo rare eccezioni, purtroppo non sembra essere pronta per valorizzare gli artisti che escono dal convenzionale.”

La serata di cui sono ospiti al New Age è la terza del progetto LiveXplosion, serie di 4 serate divise per genere e animate da 4 gruppi emergenti locali seguite da un gruppo ospite. Il genere in cui sono inseriti? Pop rock: chiedo loro quanto si riconoscano in questa definizione. “Beh, se intendiamo Pop Rock in senso anglosassone, come ad esempio sono definiti i Pearl Jam” spiega il frontman “siamo ben lieti di entrare in questa categoria. Ci rendiamo conto che in Italia non siamo percepiti così. Se andassimo invece ad esempio negli Stati Uniti, probabilmente ci sentiremmo dire che siamo commerciali”. In effetti nel 2011 negli Stati Uniti ci sono andati eccome, per lo meno le loro canzoni, quando Mike Joyce, storico batterista degli “Smiths” ha trasmesso alcuni pezzi del loro primo album su East Village Radio (New York) nel suo programma The Coalition Chart Show.

È difficile in effetti (ma non così importante onestamente) trovare una definizione per rappresentare il genere dei Plan de Fuga.

L’esordio del loro concerto (partito con “The Crowd Artist” – non a caso brano colonna sonora del primo video del loro cortometraggio) fa subito scattare in testa la parola “rock”, magari “indie rock”, forse un po’ “pop” sì, ma man mano che le note avanzano, i riff si inseguono, il groove aumenta e i testi sorprendono, ci si rende conto che invece nella loro musica ci sono davvero un mucchio di spunti interessanti, ricorrenti, inaspettati, ma armoniosi che si fondono alla perfezione raggiungendo una passione e una cruda sensualità davvero coinvolgenti (ed espresse magistralmente dalla voce di Filippo de Paoli).

Scorrono poi la toccante “This Was Your Bad”, la trascinante “Touché”, primo singolo di “Love PDF”, e la melodica “Head Games”.

L’anima blues e funk culmina a metà concerto alla fine di “Deca Dance” nella lunga e riuscitissima jam che sfocia nella performance di Simone Piccinelli intento a creare dei suoni molto viscerali “suonando” la sua Nord Stage con la paletta della chitarra. Poco dopo arriva “Not Ordinary Dreams” che è presentata dal frontman come la canzone che parla “di quello che tutte le persone pensano, ma che nella quasi totalità si vergognano ad ammettere” e si rivela essere un gran pezzo rock con forti contaminazioni jazz e un finale inaspettato. Segue ancora “The Jump” (mi raccontano composta dal bassista Marcello Daniele e rimasta nella versione finale dell’album praticamente identica alla demo originaria) in cui l’energia della batteria di Matteo Arici si unisce al sentimento e alla delicatezza del piano di Simone Piccinelli dando origine ad una passione inaspettata.

Verso la conclusione non può mancare il primo singolo del 2010 “Twice”, molto apprezzato dai presenti che, appena terminato il concerto, chiedono a gran voce il bis e vengono subito accontentati con la riesecuzione di ben tre pezzi.

A fine concerto chiedo loro, tra le altre cose, quale sia la differenza fra un concerto in un locale comunque non grande e l’esperienza del live in contesto così imponente come l’Heineken Jammin Festival e quale dei due mezzi espressivi preferiscano. “Quando ci hanno chiamati per l’HJF eravamo felicissimi, anche se terrorizzati. L’energia che c’è in un live così è una cosa incredibile, anche se poi quando sei lì ti rendi conto che, anche se il pubblico apprezza la tua performance, comunque è quasi sempre venuto lì per ascoltare qualcun altro. Noi onestamente preferiamo suonare in contesti più piccoli, capillarmente, in vari locali, di tante città diverse. Non sappiamo mai come andrà la serata, talvolta ci aspettiamo un mucchio di gente e poi ce n’è poca e viceversa, a volte, non ci aspettiamo nulla e invece il concerto è un successo. Ogni live è diverso dall’altro e questo dipende dal pubblico che condivide l’esperienza con noi. Anche se a quella data, in quel locale, magari vengono a sentirci poche decine di persone, noi comunque siamo soddisfatti perché sappiamo che in quella provincia, quella sera, in quel posto, comunque quelle persone hanno scelto di venire a sentire noi perché capiscono il valore delle nostre canzoni, apprezzano quello che abbiamo da comunicare e amano ascoltare della musica diversa, di qualità. Ecco a noi, i nostri fan, piace andarli a prendere così, pochi alla volta, di città in città.”

Ecco spiegata l’inaspettata, calda e squisita sensazione provata stasera di essere stati (per ora) i soli e pochi fortunati a godere della loro peculiare e inconsueta ottima musica.

 

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