placebo

placebo PLACEBO   LOUD LIKE LOVE


Placebo, LOUD LIKE LOVE,

uscita: 16 settembre 2013
etichetta: Universal
di Francesca Del Moro

Ogni volta che recensisco qualcuno di cui non sono appassionata, per rispetto verso l’artista e i suoi fan, mi documento e moltiplico gli ascolti. In questo modo spero di scrivere non solo con la testa ma anche, e soprattutto, con il cuore. Raccontare la musica in quanto esperienza emotiva, esistenziale, sensoriale. Se, malgrado tutto, il mio cuore non viene toccato, lascio il compito ad altri. In questo caso il problema è l’opposto. Devo sforzarmi di mantenere la testa vigile, perché LOUD LIKE LOVE ha mandato il mio cuore in frantumi.

Mi sono innamorata dei Placebo nel 2009 e, avendo ascoltato i loro album tutti insieme, non sono riuscita a capire immediatamente che cosa nella recente produzione della band avesse deluso molti fan della prima ora. BATTLE FOR THE SUN e l’EP B3 sono due bei lavori, interessanti e coinvolgenti. Ma non è questo che i fan chiedono ai Placebo. Non cercano sensazioni epidermiche ma profonde ferite interiori e carezze consolatorie. Fino a MEDS non erano mai mancati momenti del genere ma, dopo anni di assenza, nessuno forse si aspettava di ritrovarli nel settimo album.

I due singoli estratti da LOUD LIKE LOVE facevano pensare a una continuità con i due dischi precedenti, a godibili pezzi rock e pop rock alternati a suggestive ballate. Invece, dentro l’involucro colorato troviamo una caramella amarissima e intossicante. L’essenza di questo gruppo che, ormai alle soglie del ventesimo anno di carriera, pubblica il suo album più bello. Un viaggio dantesco al rovescio, un tripudio di gioia che si spegne come un’illusione lasciandoti a precipitare in un baratro emotivo, con manciate di brividi erotici malati a rallentare la caduta. Fino a tirarti su alla fine, per tamponarti lividi e ferite. Come solo loro sanno fare. La cura, per quanto illusoria: il senso della parola placebo.

Niente di nuovo dunque? Tutt’altro: il sound qui è più maturo e complesso che in passato, con gli archi e il pianoforte a rubare la scena ai muri di chitarre elettriche che spesso soffocavano le migliori sfumature. In più l’elettronica rende il tutto più sofisticato, come se i Placebo avessero voluto ritentare l’impresa in parte fallita con SLEEPING WITH GHOSTS. Gli echi qui sono di Depeche Mode, Radiohead e Timo Maas piuttosto che Pixies e Sonic Youth. Sembra che finalmente Brian Molko abbia rinunciato a imporre i suoi pregi ma anche i suoi limiti al resto della band e abbia lasciato agli altri musicisti la libertà di esprimersi al meglio. In compenso, dimostra di aver raffinato la sua voce ricca di sfumature e potentemente emotiva e anche il songwriting appare più accurato senza perdere in sincerità.

In ideale continuità con “B3”, la prima traccia, la title-track, si dispiega imponente come un universo in espansione, magnificando lo slancio amoroso nella sua natura materiale e ideale come spinta propulsiva dell’esistenza. Con un linguaggio un po’ new age, l’ascoltatore viene predisposto a una positività che il resto del disco smantellerà sadicamente. Infatti, già “Scene of the Crime” si apre con un battito di mani flamenco (lo stesso di “Black Balloon” dei Kills) in conflitto con un inquietante striscio di chitarra effettata che scivola come nausea nella gola per tutta la durata di questo brano ansiogeno. Segue “Too Many Friends”, il singolo di lancio del disco, un pop rock radio-friendly imperniato su un vortice di chitarre elettriche, violino e pianoforte. Le liriche, semplici e dirette, mettono a fuoco un rapporto conflittuale con la moderna connettività. Ok, fin qui siamo soddisfatti: i Placebo ci hanno dato quello che in fondo ci aspettavamo.

Cambia tutto a partire dal quarto brano, e quello che sembrava essere un buon disco diventa un capolavoro. Un fiume di chitarre in lento scorrimento accoglie la confessione più viscerale che Brian Molko abbia mai scritto. “I am a small and gentle man / who carries the world upon his shoulders”. Vulnerabilità e autoironia, spalmate su un arpeggio ipnotico che si evolve con l’aggiunta di una distorsione fino a precipitare negli archi come in una voragine per poi risalire e accogliere un parlato da brivido. Qui si versano le prime lacrime finché il pezzo seguente ci risolleva con uno strattone. “Rob the Bank” offre un rock galoppante basato su un riff di basso che gioca su un’alternanza pieni/vuoti e su un cantato energico che produce a tratti un effetto tipo schiocco di dita. Il testo, che spalanca uno scenario alla “Natural Born Killers”, celebra una passione che non si cura degli atti immorali compiuti dal suo oggetto, a patto che questo poi torni a casa a fare l’amore. L’autore ha chiarito che il titolo non deve far pensare a un pezzo politico, ciononostante la ripetizione ossessiva della frase “Rob the bank” accompagnata da una specificazione geografica sempre nuova, trasmette inevitabilmente l’impressione di essere incitati a una ribellione contro il sistema finanziario globale.

Di nuovo il disco si capovolge nel suo opposto e ci si acquieta in un brano dal sapore eighties in cui perfino la voce ricorda i Pet Shop Boys. Musicalmente “A Million Little Pieces” non sarebbe niente di eccezionale, non fosse per la voce splendidamente malinconica che ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio fuori da una “città diffidente”. Il testo è pura poesia con una spruzzata di ironia nella ripetizione fintamente naif della parola “heart”, che muta di volta in volta ruolo e preposizione, come a costruire un gioco linguistico. Con un esile loop di batteria ed elettronica dal sapore industrial si apre uno spazio intimo per un doloroso raccoglimento non privo di sfumature erotiche morbose. “Exit Wounds” accarezza l’idea del suicidio nell’immaginare il proprio amore nelle braccia di un’altra persona. Un tema banale che la voce e la poesia innalzano fino a sfiorare il sublime. Un brano che si attacca alla pelle, fa male al corpo.

Ci riprendiamo con la scarica erotica ad alto voltaggio di “Purify”. La quintessenza del rock alla Placebo, una botta di vita prima della caduta finale, l’ennesima illusione da cui saremo rovesciati. Chitarre impazzite ed effetti elettronici si uniscono a un testo che santifica il rapporto erotico, con la voce impastata di desiderio. “My kiss… can you feel it yet… in the back of your legs… ”. Pelle d’oca, cuore che accelera. Così, per contrasto, sarà più forte il colpo inferto dagli ultimi due brani, l’apice del disco, da ascoltare rigorosamente in sequenza.

In “Begin the End” la fine di una relazione annunciata nell’intimità prende la forma di un brano straziante e meraviglioso alla Radiohead. L’ostinato arpeggio di chitarra che si dondola tra due accordi crea una trance emotiva che viene lentamente ma inesorabilmente amplificata dall’arrangiamento in crescendo. Impossibile trattenere le lacrime, vere, che scorrono fino alla catarsi di “Bosco”. Mani amorose che ti asciugano le guance, un piano dal sapore rétro, un violino dolcissimo che non si farà più dimenticare. Vecchi film in bianco e nero per commuoversi e sognare, Frank Sinatra e Charlie Chaplin. Una preghiera sommessa: le scuse di un alcolizzato consapevole di distruggere un rapporto importante.

Il disco è finito, lo riascolteremo. Oppure ci seguirà. Come un mal di pancia, un filo d’aria nel petto, una lacrima in agguato. Avrei potuto dire molte altre cose di questo lavoro magnifico, la summa di quanto di meglio questo gruppo abbia fatto finora, ma non è questa la sede. Ne parlerò meglio nella biografia che sarà pubblicata da Sound and Vision in novembre, perché è arrivato il momento per i Placebo di avere la celebrazione che meritano e, per me, di dire grazie.

Track List:

Loud Like Love
Scene of the Crime
Too Many Friends
Hold on to Me
Rob the Bank
A Million Little Pieces
Exit Wounds
Purify
Begin the End
Bosco

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