PLACEBO (3.09.2010)

placebo018

placebo018 PLACEBO (3.09.2010)
LIVE REPORT PLACEBO @ VILLA MANIN (PASSARIANO DI
CODROIPO-UD)
03/09/2010
Si va? Non si va? Pioverà? Ci sarà gente?
Ma chi se ne frega: si va!
Ed è proprio con questo mood carico d’incertezza che, in un venerdì colmo di eventi e di traffico
(siamo pur sempre nel “glorioso Nordest produttivo”, non dimentichiamocelo!), partiamo alla volta
di Codroipo, per quello che si preannuncia essere l’ultimo dei grandi concerti estivi.
Iniziamo con le premesse:
1-Villa Manin è un posto magico, spettacolare, quasi incantato; una location ideale per i concerti di
un certo rilievo, dove è piacevolmente d’effetto il contrasto tra l’eleganza di una maestosa villa
del Seicento e la modernità quasi asettica della struttura di un palco;
2-i Placebo non suonano nel Nord Italia da novembre-dicembre dello scorso anno e l’ultimo disco
risale al 2009 (Battle For The Sun);
3-il Festival del Cinema di Venezia ha aperto i battenti proprio in questi giorni e gli altri svariati
festival estivi esalano gli ultimi respiri, spesso con nomi di rilievo, a volte anche gratuiti;
4-settembre non è esattamente il mese del solleone e la pioggia ci sta facendo compagnia da qualche
giorno.
Detto questo, caro il mio lettore, giudica tu: cosa te ne pare di 4500 testoline che si riuniscono qui
per vedere un concerto?
Ma bando alle ciance e veniamo ai fatti!
Riusciamo appena a bere qualcosa e già si spengono le luci…uhm…ma sono le 20.50…
E infatti, nonostante il pubblico sia convinto che sotto le felpe col cappuccio si celino i nostri eroi (e
qualcuno pure ipotizza una repentina sostituzione di Stefan Olsdal, il bassista, dato che non lo si
vede svettare come d’abitudine), si tratta degli Aucan, trio elettronico bresciano, chiamato a fare da
spalla per l’occasione. Ora, per quanto i ragazzi siano capaci (e su questo non ci piove), non mi pare
azzeccata come scelta stilistica: senza nulla togliere, mezz’ora di elettronica prevalentemente
strumentale rischia di annoiare il pubblico e, nonostante qualche applauso iniziale, non sono l’unica
a non essere entusiasta.
Ore 22.00: finalmente il fischio d’inizio!
Il palco è ridotto praticamente all’essenziale, la scenografia è ancora più minimal rispetto al tour
invernale (resta solo un led-wall non troppo invadente sullo sfondo) e loro…SONO IN TOTAL
WHITE, fatta eccezione per il signor Molko (con berrettino di maglia e vistosi occhiali neri) e per il
batterista, Steve Forrest, che si presenta direttamente in pantaloncini, ma a petto (tatuatissimo)
nudo!
Partono, a sorpresa, con Nancy Boy (uno dei primi loro singoli), che personalmente non avevo mai
sentito live, continuando a spron battuto con Ashtray Heart e Battle For The Sun.
Il nostro Brian non è messo granché bene a voce e riprende fiato salutando il pubblico e facendo
apprezzamenti sul posto che li ospita, per poi continuare in un crescendo con Soulmates, Kitty
Litter, per arrivare ad una dirompente Every You Every Me.
Da questo momento, quello che era stato un concerto con diverse imprecisioni, vede moltiplicarsi
gli errori, soprattutto a carico di Brian, che troppe volte si dimentica i testi dei brani e si sfoga con
un sonoro “Fuck!” rivolto a se stesso, che, manco a dirlo, viene calorosamente applaudito dal
pubblico (ed è in questi momenti, fido lettore, che mi chiedo se l’italiano che va ai concerti ci
capisca veramente qualcosa di quel che succede o se basti una minima parolaccia per fargli battere
le mani…mah).
Un piccolo capolavoro, però, è Meds: parte quasi sottotono, in acustico, per poi esplodere
letteralmente, continuando con la seconda sorpresa, ossia Teenage Angst (di nuovo, dal primo
disco), ri-arrangiata in chiave “pseudo-noise”, che rende questa scaletta sempre più interessante.
Ti chiedi cos’altro potranno combinare, che successone del passato tireranno fuori per fare rimanere
tutti di sasso, quando arriva una mazzata tra capo e collo. Non avercela a male, lettore mio, se mi
sento di dire che i Placebo sono talmente bravi da fare delle cover senza farti rimpiangere
l’originale. Giusto per farti capire (anche se è riduttivo): hai presente quando ti passano davanti certi
ricordi della tua adolescenza, cantando a squarciagola e con le lacrime agli occhi un pezzo dei
Nirvana? Ci sei? Ecco cos’è successo, non solo alla sottoscritta, con All Apologies!
E per non farci mancare nulla, dopo questa chicca, vogliono strafare, chiudendo lo show con Song
To Say Goodbye e The Bitter End, fanno (finalmente) ballare anche i più restii, ma, di nuovo,
Brian non dà il meglio di sé e lascia solo strumentali le strofe finali.
Il bis è al fulmicotone, benzina su un fuoco sempre vivo, con Trigger Happy, nata in tour e sempre
d’effetto, Post Blue e Infra-Red da restare incantati e senza fiato, di una potenza inaudita, per
chiudere la serata con Taste In Man, dove tutti si scatenano, soprattutto Stefan: impostato, quasi
immobile per tutto il concerto, qui sembra realmente far l’amore col basso.
A questo proposito, ecco quella che è stata forse l’unica vera nota dolente di un concerto
strepitosamente rock dall’inizio alla fine, ovvero la loro “staticità” sul palco. Certo, siamo abituati
ad un Brian che interagisce poco col pubblico, se non per ringraziare ogni tanto, ma ci è altrettanto
familiare lo show del “capo animatore” Stefan, che fa il diavolo a quattro e non sta fermo un
secondo, zampettando a destra e a manca. Quindi, vista l’intensità del concerto, questa “rigidità” è
stata quasi stridente.
Non voglio, poi, passare per sessista se mi sento di affermare a gran voce l’inutilità assoluta della
violinista: mi spiace signorina, ma lei, il suo tamburello, la sua tastiera ed il suo violino non siete
per nulla necessari!
Per una che se ne potrebbe andare immediatamente, ecco che, questa volta, finalmente si sono
sentiti i due comprimari (chitarrista e bassista-tastierista), pienamente indispensabili per creare quel
muro di suono che ha caratterizzato l’intero show.
E finalmente posso spendere due parole in favore del nuovo batterista! A novembre, se tralasciamo i
commenti riguardanti l’estetica del ragazzo, si salvava ben poco: la base c’era, il tiro era buono, ma
riusciva poco ad integrarsi nel mood giusto (ricordiamoci che viene pur sempre dal punk-rock
californiano). Il giovine, nel frattempo, è cresciuto parecchio e, abbandonato il ciuffo quasi emo per
lasciar posto ad una cresta pseudo-punk, ha trovato la sua dimensione in questo set, molto più rock
rispetto a quello quasi “intimista” della versione invernale, sicuramente più adatto alle sue corde.
In soldoni, un concerto veramente indimenticabile, forse un po’ troppo corto (purtroppo ci hanno
deliziati per solo un’ora e mezza scarsa), con volumi perfetti e suoni puliti, con luci potenti, ma mai
fastidiose e con un pubblico, ahimè, veramente partecipe solo nelle prime file e rilassato (ma mai
annoiato) dietro.
Ma soprattutto, con una band che mi fa tornare ogni volta una ragazzina all’epoca dei Take That
(lettore, te li ricordi?) e che è capace di mutare faccia continuamente, sperimentando, ri-arrangiando
e riuscendo ad essere stupefacenti e sempre diversi anche in momenti differenti dello stesso tour.
Cos’altro dire se non IMMENSI (ed è comunque un eufemismo…)?
Lettore mio, cosa ti sei perso!
(di Antonella Campigotto)

Setlist
1. Nancy Boy
2. Ashtray Heart
3. Battle For The Sun
4. Soulmates
5. Kitty Litter
6. Every You Every Me
7. Special Needs
8. Breathe Underwater
9. The Never-Ending Why
10. Bright Lights
11. Meds
12. Teenage Angst
13. All Apologies (Nirvana cover)
14. Song To Say Goodbye
15. The Bitter End
Bis
16. Trigger Happy
17. Post Blue
18. Infra-Red
19. Taste In Men

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