PLACEBO

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PLACEBO – Villafranca, 3 agosto 2012, ore 21.30.

I bravi Aucan hanno da poco terminato la loro esibizione e nell’incantevole cornice del Castello Scaligero circa 6000 persone aspettano i Placebo. Con i musicisti ancora assenti, si propagano le note ipnotiche di Leeloo che, accompagnate da un parlato da ricetrasmittente, avvolgono l’audience in una sorta di sospensione dalla realtà, come un atterraggio su un altro pianeta. Al suo spegnersi, la musica viene squarciata dalle prime note taglienti di “Kitty Litter”, che imposta il tono dominante della serata: un susseguirsi di pezzi tiratissimi, un’imponente parete di suoni il cui impatto è amplificato da sapienti effetti luminosi. Sul palco, insieme ai due membri fondatori – il geniale frontman Brian Molko e il talentuoso bassista Stefan Olsdal – ci sono l’ultimo componente del trio, il batterista Steve Forrest, e la violinista Fiona Brice, due elementi chiave che dal 2008 hanno contribuito a rinnovare il sound della band, oltre allo “storico” bassista Bill Lloyd e al chitarrista Nick Gavrilovic.

I pezzi, diciotto in tutto, sono tratti prevalentemente dagli ultimi due album. “Battle For The Sun” contribuisce con il rock potente della title-track, della già citata “Kitty Litter” e “For What Is Worth”, e con i momenti più pop di Bright Lights e della bellissima “Speak In Tongues”, che, nelle parole di Molko, inizia come un sottofondo da aperitivo per tracimare in un inno da stadio. “Meds” costringe il pubblico a una dolorosa introspezione con la title-track e “Song To Say Goodbye” e poi lo sferza con le travolgenti “Post Blue” e “Infra-Red”. Procedendo a ritroso nella discografia della band, “Sleeping With Ghosts” fa sognare con “Special Needs” e toglie il fiato con “The Bitter End” mentre “Black Market Music” regala “Slave To The Wage” e “Black-Eyed”, due pezzi pop-rock impostati su un cortocircuito semantico che unisce testi densi e graffianti a una musica energica e spensierata. L’unico brano del secondo album è la hit “Every You Every Me”, un gioiello che intreccia un ritmo elettrizzante e un testo sofisticato impreziosito da giochi di parole. L’omonimo disco d’esordio è presente con il classico “Teenage Angst”, ripensato in un nuovo accattivante arrangiamento, mentre il punto forse più alto del concerto viene toccato dalla meravigliosa “I Know”, con il suo testo accorato e le sue note malinconiche di chitarra acustica, imperniata sul verso memorabile “The past will catch you up as you run faster”. L’encore si apre con la cover “Running Up That Hill”, che vira in chiave intimista il celeberrimo brano di Kate Bush, e porta con sé l’unico inedito: “B3”, con un ritornello sbalorditivo in cui Molko vomita l’anima su un tappeto di sonorità electro rock dal sapore circense. Il concerto finisce dopo appena un’ora e mezza.

Nessun effetto speciale, salvo i giochi di luci, non una parola agli spettatori a parte “grazie” e “ciao”. Peccato “darsi” così poco a un pubblico accorso numeroso (anche in assenza di un nuovo disco) e in buona parte composto da fan innamoratissimi, che salutano con gioia brani vecchi e nuovi cantando in coro ogni verso. Ma un concerto dei Placebo è sempre un evento memorabile: la loro musica crea assuefazione, i loro testi sono lo specchio della condizione umana. L’affascinante cantante non ha bisogno di fare il mattatore: bastano la sua voce e il suo viso a pietrificarti come fosse una gorgone. Una volta Molko spiegò che i concerti dei Placebo durano poco per lasciare alle persone la voglia di averne ancora. È furbo. Ma ha ragione. Non vediamo l’ora che ritornino.

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