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P.I.L. + HORRORS (AZZANO DECIMO – PN) di Antonio Lo GiudiceFoto di F. Zanet
E, tenuto conto che la paternità quest’anno ha decisamente bloccato la mia attività concertistica, perché non abusare vergognosamente di un weekend senza moglie e figlio? Mangiando quello che capita, scroccando sigarette senza ritegno, ubriacandomi al Ponte Vecchio fino a diventare molesto, consumando batterie e batterie dell’incursore anale (scherzo!) e, soprattutto, godendomi tre concerti in tre giorni. A differenza dell’ultimo WE da scapolo, in cui non c’era una mazza di nulla da vedere e, alla fine della fiera, mi ero pure depresso, dall’8 al 10 luglio si sono inanellate tre ottime occasioni sia pure di dimensioni diverse. Iniziamo con la categoria maxi:
Ovvero una leggenda come John Lydon (chi cazzo ha detto Johnny Rotten?!) nella sua incarnazione  meno famosa, ma sicuramente più personale e, a conti fatti, più importante- quella di cantante dei Pubblic Image Ltd, gruppo tra i padri della new wave e autore, tra il 1978 e il 1981, di tre capolavori come “First Issue”, “Metal Box” e l’indigeribile ma seminale “Flower of Romance”, prima del successo raggiunto con singoli come “This is not a Love Song” e “Rise”, che, però, non avevano certo la carica innovativa delle prime opere. Fanno da supporto gli Horrors. Avete presente gli Horrors? Uno dei grandi nomi del rock inglese degli ultimi anni, amati dalla critica e dai bimbomink….ehm, dal pubblico più giovane. Beh, fanno cagare! Una risciacquatura del piatto “New Gold Dreams 82 83 84” con l’aggiunta di un po’ di rumore di fondo a fare da specchio per i tordi (ovvero i critici musicali che si scappellano davanti all’ennesimo gruppo che scopiazza idee dagli anni 80 aggiungendo un’emulsione di shoegaze alla My Bloody Valentine – ma molto meno urticante, sennò alle fighette non piace – senza tenere conto del fatto che il gruppo di Kevin Shields, sotto la scorza di rumore, scriveva canzoni splendide e che anche i Simple Minds, al top della forma, erano dotati di un’ottima penna, mentre gli Horrors mostrano solo un vuoto compositivo pneumatico dietro ad idee scopiazzate a destra e manca). Levatisi dai cabasisi le mezzeseghe di supporto, finalmente salgono sul palco i P.I.L. giocandosi immediatamente la carta “This is Not a Love Song” per scaldare il pubblico. Lydon non è accompagnato dai membri storici della band, ovvero Keith Levene, Mark Atkins e  Jah Wobble, ma da tre validissimi comprimari che trasformano ogni brano dilatandolo a dismisura, mentre il cantante accompagna le sue declamazioni da muezzin con il suo tipico gesticolare spastico e, roba davvero punk, numerose scaracchiate sul palco. Con “Poptones” e quel proiettile quasi in stile Sex Pistols di “Pubblic Image” vengono rappresentati i primi due dischi, mentre l’oscura e barocca “Flower of Romance” segna uno dei primi picchi del concerto, presto superata, in lunghezza e comunicatività, dalla meravigliosa “Albatross” – oltre dieci minuti di delirio ballabile condotto da un basso gommoso e da una chitarra divagante. La prima parte della performance è chiusa dalla blasfema “Religion”, lenta e di una pesantezza quasi sabbatthiana, dove il volume del basso è spinto così in alto da farmi tremare i denti. Come da me previsto (e il buon Gian Serna ne è testimone), nel bis vengono suonate “Memories” e “Rise”. Imprevedibil, invece, il gran finale, con la cover del brano dei Leftfield “Open Up” che, in originale, vedeva proprio John Lydon come guest alla voce,  meravigliosa sintesi tra dance e rock, anche questa allungata all’inverosimile fino allo sfinimento del pubblico esaltato nel vedere ancora in ottima forma la leggenda dai capelli rossi.

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