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Con l’eco del concerto milanese dello scorso 8 giugno ancora nell’aria, parliamo in questo numero di un libro dedicato ai Muse, uscito (non a caso) in Italia quasi in contemporanea all’esibizione live del gruppo nel nostro Paese. Edito da Arcana, il volume si intitola “Fuori dal mondo. La storia dei Muse” ed è firmato da Mark Beaumont, uno dei più apprezzati critici musicali britannici. Si tratta effettivamente di un’imponente biografia dedicata al trio originario del Devon, divenuto col nome Muse una delle rock band più importanti della scena musicale contemporanea, giunto al traguardo dei 12 milioni di dischi venduti nel mondo. Matthew Bellamy, voce e chitarra, Chris Wolstenhome al basso e il batterista Dominic Howard, coetanei, formano la prima band a soli tredici anni ma è solo nel 1997 che decidono definitivamente il nome del gruppo, Muse. Di lì a due anni esce “Showbiz”, il primo album della band, che segnala Bellamy & Co. tra i musicisti più promettenti del rock anglosassone. Anche se qualcuno, agli esordi, li bolla come cloni dei Radiohead, cosa che dapprima diverte, poi infastidisce assai il gruppo. In realtà la “formula magica” della musica dei Muse non è mai cambiata, l’influenza dei Radiohead è innegabile, come quella dei Queen, particolarmente evidente nell’ultimo lavoro del gruppo, ma alla base del successo dei Muse sta un rock potente, epico, con rimandi alla classica, il tutto condito dalle ottime doti tecniche dei musicisti e da quelle vocali di Bellamy (che resta impressionato, da adolescente, da uno show di Jeff Buckley, fatto che “sdogana”, per così dire, il suo falsetto). Il secondo lavoro del gruppo, “Origin of symmetry”, del 2001, conferma quanto di buono aveva offerto l’album d’esordio; brani come “Bliss”, “Plug in baby” e “New born” lanciano il trio al successo internazionale, ben documentato da “Hullabaloo”, doppio album contenente l’esibizione allo Zenith di Parigi e una raccolta di b-sides. L’ascesa del gruppo è iniziata in modo irreversibile, e i successivi due lavori, “Absolution” (2003) e “Black holes and revelations” (2006) amplificano a dismisura gli elementi che ne caratterizzano lo stile musicale: hard rock trascinante, melodiche ballate, inni visionari ed evocativi, richiami all’opera e ad arie classiche. Una fotografia significativa ed emblematica di quello che sono diventati i Muse la offre la pubblicazione di HAARP, cd e dvd live registrati al Wembley Stadium di Londra nel giugno 2007, testimonianza della potenza musicale, dell’intensità emozionale e dei pirotecnici effetti offerti dalle esibizioni dal vivo della band. A tre anni di distanza dal fortunato predecessore, infine, esce nel 2009 quello che al momento è l’ultimo capitolo della fortunata saga dei Muse: “The resistance”, un album il cui impatto sonoro è forse meno immediato ed accattivante rispetto al precedente, ma che è sicuramente il tentativo, sempre ambizioso, di sposare generi musicali apparentemente lontani, con risultati di tutto riguardo. Mark Beaumont, nell’introduzione al suo libro, ricchissimo di interviste inedite non solo ai tre musicisti inglesi, ma anche a produttori, amici e compagni di avventura del gruppo, sottolinea come quella dei Muse sia stata un’ascesa all’Olimpo del rock sorprendente da un lato ma ineluttabile dall’altro: “Quando li incontrai per la prima volta, dimenticarsi di una band come i Muse era la cosa più semplice del mondo. […] Al Wembley Stadium, in quella mite serata del giugno 2007, dimenticarsi di una band come i Muse era la cosa più difficile del mondo”. God save the queen. Ma soprattutto the Muse

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