Oltre le luci della centrale elettrica

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Oltre le luci della centrale elettrica di Chiara Fantinato

Venerdì sera già attorno alle 22 il New Age di Roncade (TV) era stracolmo di gente, indubbiamente molta di più di quanta io me ne aspettassi, dato che il concerto non era esattamente di uno dei gruppi più “attesi”dell’anno, evidentemente  però in molti aspettavano di sentire il primo live del secondo album dell’ormai noto Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica.

“Per ora noi la chiameremo felicità”, questo il titolo dell’opera ultima del ventiseienne di Ferrara che nel 2007 fece arrivare un demo autoprodotto alle orecchie dell’ex CSI, Giorgio Canali e in un solo anno, grazie all’uscita della sua prima fatica, riuscì ad ottenere un gran riscontro di critica e pubblico tanto da essere  insignito della Targa Tenco 2008 e da affrontare un primo tour di circa 200 date.

Sono quasi le undici e mezza quando finalmente Le luci della Centrale Elettrica fanno la loro entrata in scena. Il numero degli astanti è notevolmente aumentato rispetto a prima e a questo punto lo sono anche le mie aspettative. Il concerto inizia. Il sound rimane fedele al precedente “Canzoni da spiaggia deturpata”, ballate rockeggianti con audaci e frequenti schitarrate interrotte da suadenti interventi di violino e sintetizzatore che conferiscono ai pezzi un eco romantico e aggressivo al tempo stesso, ma dai tratti più certi e forse più maturi musicalmente, rispetto all’Opera Prima: d’altronde Vasco, chitarra e voce, si avvale di musicisti del calibro di Rodrigo D’Erasmo (Afterhours) al violino, per citarne uno…

Ciò che però conta di più nella musica di Brondi, come nella migliore tradizione del rock indipendente italiano, stile Marlene Kuntz e CSI per intenderci, è chiaramente il testo. Aforismi poetico-metropolitani urlati alla mo’di Rino Gaetano (abbastanza evidente risulta infatti la somiglianza tra il “grido” di Vasco e quello del defunto genio della canzone italiana), frammenti di profonde riflessioni individuali, accostati a crude verità della nostra epoca e strascichi di un malessere generazionale. Un martellante e incessante sfogo di un appartenente a “questi cazzo di anni zero”, che vive, ama e spera nonostante un futuro più che incerto e annebbiato, esattamente come le città in cui abitiamo, uno che nonostante le centrali nucleari, i colletti blu e le morti bianche, i pendolari, i call center, non ha ancora “l’elettrocardiogramma piatto” e anzi riesce a scorgere nella catastrofica piattezza del quotidiano la chiave per arrivare alla felicità. Non a caso già nel nome del gruppo stesso è racchiuso un “noi”significativo, un plurale che crede nell’idea  che tutta la nostra generazione debba avere un ruolo attivo nel risolvere “l’equazione irrisolvibile tra quel che succede attorno e quel che succede dentro noi, detta anche  realtà”(parafrasando quanto detto dal cantautore stesso in un’intervista). A giudicare appunto dal successo di pubblico avuto l’altra sera, pare che moltissimi abbiano accettato volentieri la sfida.

Poi, che la maniera in cui viene lanciata tale proposta piaccia o meno, questo non è rilevante, l’importante è che continuiamo a cercare oltre le luci della centrale elettrica!

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