OH LAND @ Killer Plastic MI

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OH LAND @ Killer Plastic MI 21.10.2011 di Fabrizio Consoli

Ah, il Plastic. “Killer Plastic” per gli stranieri vittime della Lonely Planet, e’ il tempio indiscusso delle notti milanesi, luogo per eccellenza delle gay-happyness, con i suoi sabati di promiscuità caciarona, residuo organico della liberazione sessuale di decenni fa. Uno dei pochi luoghi dove la city non si polarizza, e travestiti, modaioli, studenti erasmus e cravattoni della finanza si mescolano ballando allegramente ‘hit’ di Renato Zero, avvolti dal calore di regole di capienza da treno trans-indiano. E si sa, non c’e’ nulla di piu’ alla moda di quello che sulla carta non lo sarebbe: ed allora ecco che questa versione 2.0 di una balera accoglie il concerto/showcase di Oh Land, nata Nanna Oland Fabricius, cantante danese al suo esordio internazionale con il secondo album omonimo, dopo il successo in patria del primo. Ma cosa hanno in comune l’artista elettro-pop e la mecca della trasgressione a salve? Innanzitutto la rigenerazione nel ballo. Figlia d’arte – padre organista e madre cantante d’opera, Nanna e’ una promettente ballerina classica prima di un brutto infortunio alla schiena che ne compromette la carriera. Eppure lei non si perde d’animo e “continua a ballare, chiudendo gli occhi e componendo musica”. E poi l’essere entrambi solidamente impregnati di cultura pop. Che sebbene oggi sia diventato quasi un insulto – la deriva pop e’ l’incubo piu’ ricorrente e piu’ spesso realizzato di qualunque scena indie – e’ qui inteso nella sua accezione migliore, come espressione di musica facilmente ricevibile e magari pure spensierata. Quando pero’ si vogliono scomodare concetti delicati come ‘sperimentale’, allora la questione si fa articolata, e probabilmente servirebbe qualcosa in piu’ di basi elettroniche e registrazioni ambientali, approccio multisensoriale alla scrittura o testi immaginifici ed evocativi. Pertanto se in certi brani Oh Land viene paragonata a Bjork, probabilmente si tratta piu’ una prossimita’ di ispirazione, dato che l’artista islandese difficilmente si sarebbe sognata di scrivere “tu sei il lupo, io la luna”. Per quanto non mi piacciano i riferimenti ad altri artisti, e’ pur vero che quando la bionda danese intona Sun of  Gun, i richiami a Cocorosie o Imogen Heap sono immediati, e non sono solo miei. Insomma Oh Land non suona esattamente il genere di musica che mi scioglie, ma se ne apprezzano comunque la direzione e gli sforzi, ed il rispetto cresce se si pensa che e’ lei stessa a curare l’arrangiamento, oltre alla scrittura. E nonostante tutto, asserragliata nel privee’ adibito a palco – con tanto di ringhiera davanti – la ventitreenne scandinava ci regala una venerdi’ sera danzereccio, piacevole e fresco. Rispetto poi a quanto della riuscita della serata sia dovuta al locale piuttosto che alla musica, beh questa e’ una domanda che richiama il rapporto oggigiorno sempre piu’ contraddittorio che esiste tra la scatola ed il contenuto. Un po’ come quegli artisti che ad un certo punto decidono per la svolta e si trasferiscono a Londra, o a New York. E si e’ mai sentito di musica mediocre che venga da questi posti?

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