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nick cave NICK CAVE & THE BAD SEEDS a Lucca

NICK CAVE & THE BAD SEEDS
Summer Festival – Lucca (di Francesca Del Moro)

“e sì se devo dire di qualcosa / che per metafora assomigli a dio / direi la musica” scrive il poeta Massimiliano Chiamenti. E se io devo dire di qualcuno che per metafora assomigli a Dio direi Nick Cave. Per questo sono particolarmente emozionata stasera, dato che è la prima volta che lo ascolto dal vivo. Il concerto si tiene in una delle mie location preferite, Piazza Napoleone a Lucca, che si trova nel cuore della città e offre così la possibilità di farsi un giro prima e dopo la performance nei vicoletti che si insinuano tra belle architetture e graziosi locali particolarmente animati. Anche quest’anno il Lucca Summer Festival è ricco di appuntamenti interessanti: pochi giorni fa il palco è stato calcato dal grande Leonard Cohen e a breve sono attesi artisti del calibro di Mark Knopfler, The Killers e Sigur Rós. Ma per me il concerto dell’anno è senz’altro quello di Nick Cave and the Bad Seeds.

Alle nove e mezza la piazza è gremita e il pubblico chiama a gran voce il suo beniamino. Gli strumenti sono già al loro posto da tempo e sul telo nero dello sfondo campeggia una batteria curiosamente rosa. Una voce dall’altoparlante ci dà il benvenuto e avverte che non abbiamo potuto ascoltare musica nell’attesa a causa di una nuova tassa da pagare al consorzio fonografico SCF, che avrebbe costretto la produzione ad aumentare il costo del biglietto. Dopo questo apprezzabile comunicato, passano pochi minuti e i musicisti entrano finalmente in scena. Nick è elegantissimo nel suo completo nero lucido e sembra che per lui gli anni non siano passati. Mentre le luci colorano di blu lo sfondo, il concerto si apre con le note di “We Know Who You Are”, il delicato trip hop che è anche prima traccia e primo singolo dell’ultimo disco. Mi sorprende che per rompere il ghiaccio sia stato scelto un brano così soffice ma arriva subito una scarica di adrenalina con il secondo pezzo, nonché secondo singolo tratto da PUSH THE SKY AWAY. La favolosa “Jubilee Street” parte in sordina con il suo sinuoso giro di basso per esplodere in un’isterica coda strumentale con Nick che pesta sul pianoforte mentre, come invasato, Warren Ellis infierisce sul violino dando le spalle al pubblico. Il telo nero dello sfondo si tinge alternativamente di turchese, rosso, viola. Gli effetti luminosi sono ridotti al minimo per non distogliere l’attenzione dalla musica e dalla figura del protagonista.

Già a partire dal secondo pezzo, le intenzioni di Nick sono chiare: il suo obiettivo è sedurre il pubblico, eccitarlo fino al parossismo. Non potrei definire altrimenti questo concerto se non un’esperienza erotica. Nick rimane quasi sempre sul ciglio del palco, danza, muove le mani a disegnare arabeschi nell’aria e punta sugli spettatori uno sguardo magnetico da incantatore di serpenti. Prende le mani della gente, si lascia accarezzare, sembra che da un momento all’altro debba tuffarsi in mezzo alla folla. Nonostante la bravura dei musicisti, l’attenzione è tutta per lui, per il suo sguardo imperioso e le movenze ora conturbanti ora frenetiche del suo corpo snello e sudato. Di tanto in tanto ci voltiamo a guardare l’altro mattatore della serata, e co-protagonista del disco, Warren Ellis, che passa dal basso al flauto al violino scatenandosi in particolare quando imbraccia quest’ultimo. Un basso flagellante apre il pezzo numero tre, una versione abrasiva di “From Her To Eternity”, con Nick più scatenato che mai, che si sdraia a terra, si dimena e rimane quasi sempre vicinissimo al pubblico. Al termine del pezzo, declama i primi versi di “The Weeping Song” e attacca questo bellissimo brano cullante che si chiude con un magnifico assolo di violino.

Per presentare il pezzo seguente,”Mermaids”, Nick si produce nella buffa imitazione di una sirena agitando una mano dietro la schiena e mimando eloquenti circonferenze davanti al petto. Sembra più un incrocio tra un cane scodinzolante e un airbag, ma a noi va bene lo stesso e ridiamo di gusto. Il brano scivola calmo e suggestivo e si chiude con una grandiosa coda strumentale con Nick al piano accompagnato da chitarra, due bassi, percussioni e batteria. Irrompe un fragore di intemperie e arriva l’intramontabile “Tupelo”, mentre lo sfondo si accende di luci gialle e poi bianche. Nick si porta nuovamente sul ciglio del palco, prende tra le mani il volto di qualcuno e sussurra “This song is for you” subito prima di attaccare “Deanna”. Il pezzo è scatenato e lui lo esegue donandosi più che mai. Opportunamente il ritmo rallenta con la deliziosa “Love Letter”, incentrata su piano e voce, accompagnati da basso e percussioni leggerissimi. Il pezzo è perfetto per apprezzare la voce da crooner di Nick Cave, ed è tratto da uno dei miei album preferiti, “No More Shall We Part”, di cui fa parte anche la successiva “God Is In The House”, con pianoforte e voce sempre in primo piano, insieme a languide scie di violino. Nick invita il pubblico a intonare il coro e noi cantiamo da far pietà ma il momento ironico-liturgico risulta comunque magico. “This song is very long” avverte Nick introducendo gli otto minuti di “Higg’s Boson Blues”. “Can you feel my heart beat?” ripete con la voce che si arrochisce mentre prende le mani della gente e se le appoggia sul cuore. Con le braccia tese, ci schiacciamo tutti verso di lui, come falene attirate dalla luce. Un ragazzo tenta di farsi largo in maniera poco ortodossa e c’è qualche momento di tensione. Nick sta facendo letteralmente l’amore con il pubblico: una simile corrispondenza di amorosi sensi con un artista non l’avevo mai provata.

Il brano seguente è un grande classico: si tratta di “The Mercy Seat” di cui viene proposta l’ennesima nuova versione, che risulta più melodica nelle strofe ma torna a essere ansiogena nel ritornello, esplodendo in un crescendo vertiginoso e assassino. La stessa cosa accade con la successiva “Stagger Lee”, che parte morbida per sfociare in un hard rock travolgente. A chiudere il concerto con lo stesso mood iniziale è la title track di “Push The Sky Away”, che è anche l’ultima canzone del disco. Con i musicisti illuminati di verde come alieni e su uno sfondo nuovamente tinto di blu, stemperiamo le emozioni nella catarsi finale. Richiamato a gran voce, Nick torna per un bis freddo-caldo con la raggelante “We Real Cool” e “Red Right Hand”, che ancora una volta inizia in sordina per poi assalirci con una deflagrazione. Il palco si svuota di nuovo ma il pubblico è talmente appassionato che un secondo bis è doveroso, e infatti i musicisti tornano per eseguire “Jack The Ripper”. Stavolta è davvero finita. Solo sedici brani: un po’ poco a dire il vero. Usciamo con la voglia di averne ancora, vibranti di emozione. Difficile esprimere a parole cosa sia stato questo concerto. Io ci ho provato, ma per avere le idee più chiare non perdetevi i il ritorno di questo genio della musica e della sua storica band in Italia a novembre.

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