NICK CAVE – Push The Sky Away

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NICK CAVE – Push The Sky Away
di Francesca Del Moro

Dopo la pubblicazione di DIG, LAZARUS, DIG!!!, nel 2008, mentre Nick Cave si dedica al progetto Grinderman, i Bad Seeds, già orfani di Blixa Bargeld, perdono un’altra colonna portante, il mago polistrumentista Mick Harvey , che dice addio alla band nel 2009. Ma il sound del gruppo non sembra averne risentito, anzi il nuovo disco, lontanissimo dal garage rock abrasivo dell’ultimo album, ci riporta alle suggestive atmosfere di THE BOATMAN’S CALL, risultando tuttavia più oscuro e magniloquente, non immune a quel tocco perverso che aveva raggiunto l’apice con le MURDER BALLADS. Chiaramente riconoscibile è l’influenza delle colonne sonore realizzate insieme a Warren Ellis, che a quattro mani con Cave firma tutti i brani del disco, e in particolare delle partiture d’archi di THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES… .

Si può dire che oramai Nick Cave si sia sdoppiato, affidando ai Grinderman l’anima punk rock e serbando per i Bad Seeds il proprio lato introspettivo, che spesso sfocia in un languore quasi estenuante ma che nondimeno riesce a incantare l’ascoltatore, al punto da provocare assuefazione. Tutt’altro che insolite nella discografia dell’artista, le ballate ridotte all’osso sono qui dominanti e concorrono a creare uno degli album più omogenei della sua carriera. Presentando il nuovo lavoro, Cave lo ha definito “il bambino fantasma nell’incubatrice” del quale i loop di Warren Ellis sarebbero l’impercettibile battito cardiaco. E non avrebbe potuto trovare una definizione migliore: per tutto il disco si respira infatti un’atmosfera spettrale, in cui la musica riproduce anche il battito del nostro cuore, il nostro respiro smorzato dall’angoscia mentre esploriamo un mondo affascinante e misterioso, immaginando foreste avvolte nel fumo, specchi d’acqua feriti dalla pioggia, cupe notti vuote di stelle e confidenze sussurrate a lume di candela nel silenzio di una casa addormentata. Un mondo surreale, la cui fosca bellezza richiama alla mente i Radiohead di AMNESIAC. Le liriche, intrise di spiritualità, sono ricche di riferimenti ai testi biblici, che da sempre alimentano l’immaginario dell’artista: si parla di perdono, acqua purificatrice, si chiamano in causa Dio e il Buon Pastore. Ma la Bibbia viene rivisitata alla luce di personaggi e storie contemporanee, traendo spunto da curiosità scovate in Internet, che nel booklet assumono la forma di poesie battute a macchina, con parti cancellate (censurate?) e correzioni a matita. I testi non suonano semplicemente sentenziosi, ma si ammantano di ironia fino a far convivere Lucifero, Robert Johnson, Hannah Montana e il Bosone di Higgs. E, lasciando l’urlo hardcore al proprio alter ego, Cave ci porge i suoi versi con modalità da crooner che, per sua stessa ammissione, si ispirano al cantato di Scott Walker e Leonard Cohen. Il disco inizia con la ballata “We Know Who You Are”, che ci trasporta in un bosco immerso nelle luci tenui della sera e del primo mattino. Spaesati camminiamo in mezzo a una pioggia leggera, guardiamo le gocce cadere sulle foglie verde scuro. A sospingerci avanti è la voce morbida e triste che, riverberata da un coro, si deposita su accordi di tastiera quasi trip hop, lambiti dai piatti e da un diafano flauto. Sorge un timido sole mentre l’acqua si asciuga e un frinire di cicale saluta il mattino.

Ha il sapore di un dolce risveglio “Wide Lovely Eyes”, un barocco pezzo folk blues, con palpiti di tastiera, chitarra stropicciata e mormorii gospel. Vengono subito in mente le atmosfere di  NO MORE SHALL WE PART e THE BOATMAN’S CALL mentre la successiva “Water’s Edge” snocciola un malevolo incantesimo, vorticando intorno alla sentenza “You grow old and you grow cold”.  La voce di Cave si fa tagliente e scivola nel parlato, sorretta da percussioni trepidanti, un violino dal sapore orientale e un basso flagellante. Ci viene il sospetto di poter essere le prossime vittime, oppure gli assassini, di un nuova murder ballad. Una sensazione che trova conferma nel brano seguente, la bellissima “Jubilee Street”, un blues carico di tensione, magnetico e sensuale, in cui la voce si innesta su un ammaliante riff di basso a scalare effetto smorfia per annegare in un’inondazione di archi cosmici che ricorda il brano “Song For Bob” incluso nella già citata colonna sonora del 2007. La coda strumentale, affidata agli archi e accarezzata dai cori, ci risucchia in un vortice, instillandoci un misto di estasi e inquietudine. Passata la tempesta, ci abbandoniamo al dondolio di acque placide indorate da scaglie di sole di “Mermaids”, in cui la voce torna ad addolcirsi su una trama sottile di organo, chitarra acustica e violino che si ispessisce nel ritornello. “All the ones who come, and all the ones who go down to the water… ”: onde di chitarra ci spingono al largo e non passa la paura di annegare mentre Cave sussurra con voce dolente i versi strepitosamente ironici “I believe in God, I believe in mermaids too, I believe in seventy-two virgins on a chain why not why not”. Il cielo si oscura, nubi grigie tremano e lampi scorrono veloci mentre ci lasciamo afferrare da “We Real Cool”, un pezzo angosciante incalzato da un basso incisivo stile “Tupelo” cui si aggiungono a poco a poco un soffice pianoforte e tremolii di violino.

A risvegliarci dall’incubo è il brano seguente, il più arioso del disco, che inizia con il verso “I had just finished writing Jubilee Street”. Si tratta del sequel “Finishing Jubilee Street”, una favola ambigua accompagnata da chitarra pizzicata, percussioni minimali e cori seducenti. Col sole già alto partiamo per un lungo viaggio con “Higgs Boson Blues”, un folk blues di otto minuti che si apre con accordi di chitarra acustica memori dei Fleetwood Mac di THE CHAIN. Siamo in macchina insieme a Bunny Munro e ci scambiamo disordinate confidenze smaltendo i postumi di una sbornia. La voce è più bella che mai, viscerale, lamentosa, raschiata, graffiante… è la voce del poeta maledetto che adoriamo. Vacillando come fiamma di candela, gli ultimi versi si spengono lasciandoci in balia di un organo mistico che ci si riverbera nelle orecchie, quasi perforandole con inaudita potenza. Ci ritroviamo così in un’atmosfera ovattata, un non luogo in cui la voce di Cave fluttua inseguita da un doppio spettrale. È la title-track, la catarsi finale, un capolavoro di dark ambient che ci lascia con un senso di malessere ma anche con il desiderio di riascoltare l’album dall’inizio.

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