Neil YOun 2016

Neil Young a Piazzola Sul Brenta
di Luca Sartor

In questa estate bisestile,in cui tanto per cambiare, festivals vari e concerti sembrano moltiplicarsi in modo incontrollato, (anche se poi a ben guardare quelli meritevoli ed interessanti non sono poi così tanti) tocca comunque scegliere cosa e quando. Lui era annunciato da tempo e vista la portata del personaggio la sua tappa padovana andava sotto la classificazione super evento non perdibile. Tra tour celebrativi per l’uscita di storici album, clamorose riunion e altro tocca comunque scegliere visto che siamo sempre più a corto di cash…

Super ingaggio uguale super costo biglietto si sà e non ci sono eccezioni. Vale una considerazione comunque. Neil non ha mai avuto grandi successi commerciali (ad eccezione del lp Harvest), ha sempre privilegiato nei testi amore, natura, problemi sociali insomma cose importanti o cose semplici che riguardano la vita di tutti i giorni di molti. Mai cantato cose del tipo ‘voglio morire prima di diventare vecchio’ o ‘non sono contento/soddisfatto perché non fumi le stesse sigarette che fumo io..’ soprattutto a 71 anni e non si è mai inventato scenografie 3d per rivitalizzare uno spettacolo un po’ stagionato. Direi che a livello razionale oltre che sentimentale il problema non si è proprio posto.

Keep on rocking in the free world, ecco questo è in estrema sintesi il messaggio della serata. Una serie di date nel mondo che riproponeva materiale dai primi anni 70 ad oggi accumunato da argomenti inerenti il mondo, i disastri ecologici, il dominio delle multinazionali della chimica e della manipolazione genetica, della deriva della società e dei rapporti umani. Record collector (nota rivista musicale inglese) gli dedicò una copertina nei primi anni 90 dal titolo “the groungest of ‘em all” giusto per ribadire chi e cosa, avevano già capito tutto. 21,40 : ancora non è buio e le note del piano introducono la poesia di “After the gold rush” bella, potente, attuale scritta 46 anni fà, da non credere. Giusto il tempo di imbracciare una vecchia Martin acustica vintage che chissà quanti concerti ha fatto e siamo dentro “Heart of gold” e poi “Needle and the damage done”. Poi “Comes a time” toglie il fiato e pensi che sei fortunato ad essere li perché era un bel pò che queste cose non erano riproposte (considerata l’impegnativa discografia dell’uomo). Neil Young ha un look del vecchio cantautore rocker tutto in nero (tipo Johnny Cash ultimo periodo) con un cappellaccio polveroso in testa. Niente introduzioni ai brani solo un veloce hello!

Il suono di un vecchissimo harmonium provvede la base di quello che penso si intitoli “Mother earth” che sembra quasi la poesia scritta dai vecchi capi indiani quando ricorda che noi passeremo ma i nostri figli resteranno. La band Promise of the real si dispone felpatamente attorno a Neil e parte una versione mexically di “Hold back the tears” (dal bistrattato american stars and bars). “Helpless” viene molto riarrangiata ma è sempre magica e stupenda. “Old man” e “Only love can break your heart” sono seguite in coro dal pubblico (pieno di gente che si è fatta km dal nord Italia, Austria e Slovenia ). La sorpresa arriva quando Neil Young presenta il brano successivo come una vecchia hit che dovremmo ben conoscere : è “Volare” cantata dal chitarrista della band in un ottimo italiano! Inizia la parte più elettrica della serata : “Alabama”, “words” “winterlong” e ancora “powderfinger”, “mansion on the hill”. E “Hurricane” che non poteva mancare forse ma viene eseguita in una versione velvetiana, quelli duri di John Cale di “White light” per capirci, con ben tre ripartenze e suoni saturi e distorti. Cattivissima. Forse un po prevedibile e non memorabile col senno di poi, ma che gran pezzo comunque! “Down by the river”, “Country home”, “Monsanto years”, “Wolf moon”.  Stiamo arrivando alla fine , due ore e mezza di concerto con la chitarra di Neil che a momenti rimanda al suono acido dei Buffalo Springfield e duella con quella dei due giovani chitarristi della band ( ma St.Stills è lontano..) a inseguire. “People rocking in a free world” travolge. Poi il palco si svuota. E’ un attimo, il pubblico non è ancora stanco.

Arriva una versione elettrica di “Like an Inca” dal bistrattato Trans (piaceva un casino ai Sonic Youth mi hanno detto in una intervista  parlando di grandi album ). Tutto finisce sulla magica “Here we are in he years” dal primo album solista ben rimangiata ma ancora ben riconoscibile. Tutti ultracontenti, brani che non si sentivano in versione live da una vita! Sono state quasi tre ore di grande intenso amore, yeah baby music is love !!!

 

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