MY BRIGHTEST DIAMOND @ Teatro Martinitt (Milano)

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MY BRIGHTEST DIAMOND
MARTEDÌ 22 NOVEMBRE 2011 @ Teatro Martinitt (Milano)

Diciamolo apertamente: gli artisti che si prendono troppo sul serio non ci convincono mai del tutto, ed in ogni caso non sappiamo veramente cosa farcene. Soprattutto quando invece di suonare parlano. L’autoconsapevolezza di prima spremitura, quell’atteggiamento mai genuinamente spavaldo e mai sinceramente umile sa di linea di confine tra io ed arte, zona grigia che divide chi racconta da chi ancora si guarda semi-compiaciuto allo specchio. Cosi’ parrebbe che ai cantautori, e badate bene solo a loro, capiti di innamorarsi a prima vista per strada. Con buona pace di muratori, impiegati, benzinai o avvocati, che devono accontentarsi di amori tiepidini o di risacca. Ci illumina Fabrizio Cammarata, in arte Second Grace, cui e’ affidato il compito di aprire il concerto di My Brightest Diamond.  A dispetto di buone doti canore e di brani tutto sommato piacevoli, Cammarata non riesce a trattenersi dallo sbrodolarci il suo personaggio, perfettamente a fuoco sull’archetipo dell’artista romantico e pazzerellone che francamente suona un po’ caricaturale. Da Paolo Nutini a Ben Harper, passando purtroppo per una poltiglia di luoghi comuni, generando dunque un bel po’ di stridore con il concerto che segue. My Brightest Diamond e’ infatti sopra ogni cosa canto. Una voce sublime, probabilmente una delle migliori in circolazione. Non a caso ospite di numerosi artisti, da Sufjan Stevens a the National, per passare da David Byrne, Decemberist e Laurie Anderson. Eppure Shara Worden, artefice, interprete e musicista dietro al progetto My Brightest Diamond, la utilizza con estrema disinvoltura, consapevole del suo valore eppure ben attenta a evitare di convogliarvi troppa attenzione. Tanto da renderla semplicemente uno degli elementi componenti il suo universo, assieme alla danza, al teatro, all’ukulele, alle tastiere, ed ai testi.

E’ chiaro sin dai primissimi momenti infatti che Shara e’ piu’ facilmente descrivibile come performer che come musicista o cantante in senso proprio. Lo stesso luogo scelto per il concerto a posteriori racconta qualcosa della Worden: un teatro, sul cui palco entra danzando con una maschera e una mantella di fiori di stoffa colorati. Si descrive spesso la sua produzione artistica come “avant-pop”, che pure coglie solo in parte la complessita’ della proposta di My Brightest Diamond. Che sono storie prima di canzoni, esibizioni piu’ che concerti. Semplice e sorridente, eccentrica e decisamente a suo agio sul palco su cui a tratti si agita e danza indemoniata, l’artista di Detroit e’ un esorcismo vivente alla banalita’ in tutte le sue espressioni, sempre pronta ad innovare ed a rinnovarsi. A Milano presenta il suo terzo album, “All things will unwind”, il cui processo compositivo stesso e’ quanto mai singolare: due mesi e mezzo per dare forma ad una esibizione live assieme al sestetto da camera yMusic Ensemble,  tanto valida da meritare di confluire successivamente in un disco. Shara Worden e’ il segmento che unisce Bjork a PJ Harvey, ma e’ anche la femminilita’ e l’eleganza offerte alla musica. Brani che nell’album eccedono forse un po’ in orchestrazioni, vengono ripercorsi dal vivo in maniera piu’ asciutta, senza peraltro nulla togliere al messaggio artistico.

L’accompagna il solo batterista Brian Wolfe, presenza discreta e talentuosa dal tocco trattenuto e mai eccessivo. Anche la Worden parla. Ci racconta, ci coinvolge con intermezzi, a volte aneddoti come quello del topo catturato nella sua nuova casa di Detroit, scintilla all’origine di “there’s a rat”. Sempre divertita e scherzosa, anche quando affronta problemi tecnici come “l’ape nell’amplificatore”, un fastidioso ronzio dovuto a chissa’ cosa, in breve addomesticato e adottato come una presenza non poi cosi’ dannosa. Forse proprio a contrasto con il generale approccio ironico contagioso “I had never loved someone the way I love you” suona un po’ troppo lirica, ma la archiviamo come licenza poetica di colei che ha appena aggiunto agli altri un nuovo ruolo, quello di madre. Chiude il concerto “Feeling good”, voce chitarra. E piu’ di tutto suona come una lezione, consegnata anch’essa senza alcuna malizia, ma raramente eseguita con tanta arte e leggiadria. Tanto che tra i lunghi acuti, le note vibrate e il riverbero non e’ difficile distinguere l’eredita’ forse addirittura di Jeff Buckley.

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