MOGWAI @ Alcatraz

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MOGWAI @ Alcatraz (MI) 10.03.2011 di Fabrizio Consoli

A Milano si va di fretta, si sa. Qui nemmeno la Chiesa passa indenne alla tirannide del tempo, ed anche la Quaresima dura meno. Cosi giovedì 10 marzo, mentre tutto il mondo cattolico e’ in piena penitenza, a Milano c’e’ ancora il carnevale ambrosiano. Ma siccome ci sentiamo in colpa a festeggiare finche’ altri gia’ si dolgono e pentono, festeggiamo a meta’ ed andiamo al concerto dei Mogwai. Viviamo in tempi in cui pare si senta l’irrefrenabile e sciagurata necessita’ di catalogare tutto e tutti. Secondo le logiche di questo principio, se suoni tralasciando il cantato ed affidandoti piuttosto a chitarre pastose e potenti, magari dipingendo paesaggi sonori, allora pare tu sia post-rock. Ora pur non potendo ignorare il prurito imbarazzato di nuca che mi coglie ogni volta che sento parlare di post-qualcosa, etichetta inutile non fosse altro perche’ relativa e dunque pure priva di dignita’ autonoma, Mogwai rappresenta senza dubbio una delle vette piu’ alte espresse da questo movimento. Scozzesi di Glasgow, i Mogwai sono in turne’ per presentare il loro settimo album appena pubblicato, “Hardcore Will Never Die, But You Will” che gia’ dal titolo avverte chiunque sia alla ricerca di musica da ascoltare sul materassino in piscina, che non sara’ esattamente un distillato di ottimismo e gioia di vivere. Poche parole dunque per coerenza con un gruppo che ha ridotto al minimo la comunicazione verbale. Il concerto in scena all’Alcatraz e’ senza ombra di dubbio tecnicamente impeccabile se non magistrale, poderoso ed emotivamente intenso. Apre White Noise, ma il crescendo viene affidato rispettivamente ad Ithica 27 9, una vecchia b-side, ed a Dead Rays, traccia del nuovo lavoro in cui gli accordi lunghi spadroneggiano, ed il sound peculiare della band e’ sempre piu’ inequivocabile al procedere del pezzo. Menzione d’onore a Mexican Grand Prix, che chiude la prima parte del live nel delirio e George Square Thatcher Dead Party che apre la seconda parte senza perdere nulla in temperatura. E se il concerto entusiasma e coinvolge i presenti, ad amplificatori spenti rimane lo spazio per alcune riflessioni. La prima: che intensita’ di relazione ci sia tra la geografia dei luoghi, il clima in particolare, ed un certo tipo di produzione musicale. Gli inverni lunghi e rigidi sono difatti patrimonio comune anche di Godspeed You Black Emperor, ma anche degli stessi Sigur Ros, per citarne due tra i piu’ famosi. E nessuno pare passare immune da capitolazioni fortemente malinconiche. La seconda valutazione che mi aggrotta la fronte e’ forse piu’ polemica. La cifra stilistica della band si conferma un alternarsi di chitarre incendiarie a repentini rallentamenti, arpeggi e semi silenzi, il furore ed il trasporto. Giri ritmati che montano per poi sfogare in esplosioni, muri sonori selvaggi da orecchie sanguinanti. E poi di nuovo arpeggi malinconici, a precedere altri attacchi di pezzi a power-chord. Ma esiste ancora la proposta artistica di Mogwai a piu’ di tre lustri dall’esordio? Due parole mi girano in testa: alfabeto dell’emozione. I Mogwai possiedono tutti gli elementi essenziali del linguaggio sonoro, ma la grammatica ad ascoltarla bene si rivela per certi aspetti troppo elementare oggi. Tanta bravura tecnica dunque per un gruppo il cui interplay e’ cesellato da anni di collaborazione, tanto trasporto e tanto volume, in un respiro che esplode note ma che forse rimane un po’ troppo autoreferenziale. Di poche parole dicevamo. Tre per l’esattezza quelle che ci indirizza Stuart Braithwaite: “grazie, thank you”.

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