Mission of Burma

Burma 3

Burma 3 Mission of Burma

Mission of Burma – Locomotiv (BO) 9 Dicembre 2012
di Francesca Del MoroFoto di Duncan Lou Frosi

Fa piuttosto freddo stasera a Bologna anche se non nevica più. Per fortuna noi siamo al calduccio dentro al Locomotiv, che comincia lentamente a riempirsi anche se non ci sarà il pienone che meriterebbero i Mission of Burma. I quali, a dire il vero, si fanno un po’ desiderare ma quando attaccano, poco dopo le 23, lo fanno nel migliore dei modi. A rompere il ghiaccio è infatti la galoppata disco-punk di “Donna Sumeria”, uno dei pezzi più originali e coinvolgenti della band. Che vanta ben tre frontmen: Roger Miller, voce e chitarra, Clint Conley, basso e voce, e Peter Prescott che, pur trovandosi in posizione arretrata dietro la sua batteria, interagisce con il pubblico e canta al pari degli altri, anzi si incarica delle grida che puntellano i momenti più hardcore. Bob Weston, l’ingegnere del suono che dal 2002, in sostituzione di Martin Swope, arricchisce di effetti elettronici il sound del classico power trio rock, rimane defilato e riuscirò a vederlo solo alla fine del concerto vicino al bancone delle birre.

Tracimando in un delirio di suoni schizofrenici, “Donna Sumeria” lascia il posto a “2wice”, un altro brano tratto da THE OBLITERATI, il secondo e forse il più interessante album post-reunion. Sì, perché dopo essersi sciolti nel 1983, al volgere del millennio i Mission of Burma sono tornati a riproporre il loro post punk raffinato in grado di unire la foga dell’hardcore, la sofisticazione dell’elettronica e le melodie orecchiabili del pop con risultati sempre di altissima qualità. E stasera ce ne dà la prova questo show dai ritmi serratissimi, con i tre musicisti che pestano indiavolati sui loro strumenti fino a scaricarci addosso un vero e proprio uragano di suoni. Per circa un’ora e mezza abbiamo la possibilità di spaziare tra la prima e la seconda vita dei Mission of Burma, ricostruendo la carriera della band che ha influenzato gruppi del calibro di Pixies, R.E.M., Nirvana e Sonic Youth, per citarne solo alcuni. Largo spazio viene dato ovviamente all’ultimo lavoro, UNSOUND, pubblicato quest’anno, che ci fa ballare con il pop-funk di “Dust Devil”, con il garage rock stile anni ’60 di “7’s” e con la scatenata “Fell->H2O” che sfuma opportunamente in effetti acquei. E ancora, ci schiaffeggia con “What They Tell Me”, ci fa tirare il fiato con “Second Television” e ci incanta con il virtuosismo chitarristico di “Opener”. Il penultimo album THE SOUND THE SPEED THE LIGHT è presente con la spensierata “1,2,3 Partyy!” e la deflagrazione hardcore dall’ipnotico refrain “One Day We Will Live There”.  I picchi della serata coincidono inevitabilmente con i pezzi tratti dal capolavoro del 1982, VS.: due brani che segnano altrettanti momenti di “quiete dopo la tempesta”, in cui la musica smette di percuoterci e ci abbraccia. La malinconica “Dead Pool” ci invita a chiudere gli occhi e a lasciarci trasportare dal basso e dalla chitarra come da una debole corrente di acque tiepide mentre “Trem Two” ci sprofonda in una sorta di trance, con la chitarra-goccia cinese e la voce cantilenante di Roger, che qui si assottiglia e addolcisce oltremisura. Abbiamo l’impressione di scendere piano piano in qualche misterioso luogo sotterraneo da cui però risaliamo bruscamente con l’esplosione di distorsioni che chiude il pezzo. Non solo i tre cantano e suonano come forsennati, ma riescono anche a creare momenti di grande suggestione come questi. E per di più sono simpatici, affabili e sorridenti. Pronti alla battuta in inglese e perfino a qualche parolina in italiano, hanno l’aria di divertirsi un mondo. Complice l’atmosfera intima del locale, ci fanno l’effetto degli zii d’America che sono appena venuti a trovarci.

Ok, per qualcuno tra il pubblico (pochi, per la verità) sono più nonni che zii. Nonni che però hanno energia da vendere e risultano ancora credibilissimi quando intonano gli inni degli esordi: “This Is Not A Photograph”, “Devotion”, “Academy Fight Song” e soprattutto la fantastica, pluricoverizzata (tra gli altri da Moby e Catherine Wheel) “That’s When I Reach For My Revolver”,  che chiude la serata. Once I had my heroes. Once I had my dreams… impossibile non riconoscersi in questi versi che, insieme alle altre accattivanti melodie e al sound corroborante di questo gruppo monumentale continuano a riecheggiarmi nella mente mentre ritorno a casa emozionata e soddisfatta. Mi sembra addirittura che, per le strade della Bolognina, non faccia più così freddo.

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