Ministri “Per un passato migliore”

ministri

ministri2 Ministri “Per un passato migliore”

 

Ministri, “Per un passato migliore”, GodzillaMarket, 2013
di Francesca Del Moro

Ci sono dischi in cui entri a fatica, magari al primo ascolto rimani perplesso o vagamente infastidito, e poi al secondo o al terzo cominciano a conquistarti e altri che ti catturano subito ma presto ti stancano. L’ultimo lavoro dei Ministri non rientra in nessuna delle due categorie. Ti prende immediatamente e, col tempo, diventa sempre più bello mentre l’impressione iniziale si affina in una serie di dettagli che vengono messi a fuoco lentamente. Non c’è un solo momento debole, o superfluo, in queste tredici tracce. Sulle prime rimani colpito dalla freschezza, la genuinità della musica che torna all’originaria vocazione rock (nelle sue declinazioni punk, garage, grunge e hardcore) e dalla voce cristallina di Davide “Divi” Autelitano, che non perde la sua innata dolcezza neanche quando urla di rabbia. Certi ritornelli ti si scolpiscono nella mente e poi ti seguono ovunque, come dei mantra a scandirti la giornata. Qualcuno li definirebbe tormentoni, per via delle melodie accattivanti, ma non vi è traccia di faciloneria pop. Non è semplice fare musica, così come arte in generale, con una vocazione “civile” senza rischiare di cadere nell’invettiva fine a se stessa o nel luogo comune. I Ministri stanno bene attenti a evitare questa trappola: i testi di Federico Dragogna brillano per nitore e ricercatezza, sono aperti a molteplici livelli di lettura e non di rado toccano vette di sublime poesia. Lo slancio ideale qui si salda alla dimensione esistenziale ed è per questo che la rabbia, quando c’è, suona autentica, affonda le sue radici in un desiderio di partecipazione, nel rovello interiore di chi si sente chiamato a fare una qualche differenza nel mondo in cui si trova a vivere. I Ministri rifuggono dai proclami col megafono di chi ha già le risposte ed è per questo che è facile ritrovare dentro di sé i loro dubbi, lo scoramento, gli accessi di rabbia.
“Uno di noi si sbaglia, uno di noi si schianterà, con la stessa voglia e con la stessa rabbia”: la voce di Divi stringe il cuore mentre grida questo ritornello a infrangere la sequenza ossessiva di slogan in cui la marca viene sostituita, con effetto straniante, dalla parola “mammut”. È l’urlo di Munch dell’individuo che si ribella a questo avvilente martellamento, il volo dell’anarchico Pinelli, il tradimento di Giuda, tutto questo e altro, secondo la libera immaginazione di ognuno. Il secondo pezzo parte con un’ariosa intro di chitarre che ricorda i Placebo di “Every You Every Me”, e in effetti tutto l’album ha un sapore decisamente Nineties (Smashing Pumpkins e Foo Fighters sono tra gli ispiratori del gruppo). La strofa, cantata tutta d’un fiato, ha un ritmo particolarmente serrato che diventa saltellante nel ritornello. Il mantra, ideale controcanto a quello pubblicitario del pezzo precedente, inchioda nella mente il messaggio che nulla vale (una sorta di laico vanitas vanitatum) e quindi bisogna provare a vivere la propria vita, senza lasciarsi soffocare dall’ansia di conseguire certi risultati o dal senso di umiliazione e inadeguatezza che deriva dal non averli ottenuti (il lavoro, la casa, ma anche, con autoironia, la chitarra). La terza traccia è un brano hard rock esplosivo con un ritornello al fulmicotone, che prende a bersaglio i rapporti di potere con un’allusione neanche troppo velata al naufragato accordo con la Universal, che ha riportato i Ministri a pubblicare con un’etichetta indipendente, la GodzillaMarket.
ministri01 Ministri “Per un passato migliore”Un ritorno alle origini, che in questo disco avviene anche in termini di stile. Non a caso PER UN PASSATO MIGLIORE è stato definito “un secondo secondo disco” nella misura in cui recupera la viscerale immediatezza del puro rock tutto chitarre distorte, percussioni potenti e bassi flagellanti che caratterizzava i primi due album prima della prova un po’ spiazzante di FUORI. Seppur non privo di pezzi memorabili, il terzo disco suonava infatti come un tentativo un po’ forzato di cimentarsi sul terreno della contaminazione (con l’elettronica e la new wave anni ’80), che probabilmente non è nelle corde dei Ministri. “Le nostre condizioni” ci lascia senza fiato e torniamo a respirare con il dolce arpeggio iniziale de “La pista anarchica”, una ballata dalla struggente bellezza. Ha il sapore di una riflessione fatta al tramonto, sulla terrazza di casa, dividendo lo sguardo tra i tetti della città che si calma e le scie rosse nel cielo. La pista anarchica è una possibilità vagheggiata, che se da un lato è interpretabile come la tradizionale scappatoia dalla necessità di accertare i responsabili dello scenario desolante affrescato nelle strofe, dall’altro sembra incarnare l’unica via di fuga dal medesimo scenario. “Stare dove sono” è un travolgente pezzo punk incentrato sull’ansia derivante dal bisogno di rispecchiarsi nel giudizio degli altri (si allude ai giudici dei talent o dei reality) che si condensa brillantemente nei versi “è da sempre che lavoro solamente sull’idea che hai di me”. Ideale prosecuzione di questo brano è “Spingere”, un pezzo piuttosto solare che esprime un desiderio di leggerezza in contrapposizione all’ansia di costruire, avanzare, primeggiare.
Su una trama impalpabile di basso, percussioni minimali e chitarra acustica, la voce di Divi si assottiglia fino ad arrochirsi nella dolcissima ballata “Se si prendono te”, una carezza lunga 4 minuti e mezzo che manda i brividi lungo la schiena mentre invita a non lasciarsi rubare l’identità da chi pretende di definirla in base alla ricchezza o ad altri valori preconfezionati. Ci si riprende dall’emozione tornando all’hard rock con un pezzo geniale sul bisogno delle persone di intenerirsi e al contempo sentirsi migliori paragonandosi a chi può essere definito a vario titolo un “Caso umano” (unico testo firmato da Divi). Con un’intro di basso poderosa che ci trasporta in un’atmosfera alla Queens of the Stone Age, “Mille settimane” è il pezzo più furibondo del disco, che riprende il leitmotiv del tempo denunciando la contabilizzazione soffocante e innaturale del libero flusso del vivere. Ancora una volta, c’è bisogno di rallentare e arriva quindi un’altra ballata, “I tuoi weekend mi distruggono”, sempre dolcissima, sempre con la voce della nostra coscienza a ricordarci la nostra non appartenenza e a spalancare vie di fuga. “Quando rimango da solo / quando mi dicono calmati / qua sotto siamo al sicuro / e allora lasciami andare / la scelgo io la prigione / i tuoi weekend mi distruggono / voglio un passato migliore” sono pensieri che ti assalgono mentre ti rannicchi nel buio di una stanza e ti prendi la testa tra le mani. Se i Ministri riescono a scuoterci dal torpore esistenziale con i loro inni rock, è con le ballate che danno davvero l’impressione di porgere un’anima nuda a un’altra anima in ascolto, un’anima che le assomiglia.
Il senso della contabilizzazione del tempo e dell’effimero diventa dominante nel brano seguente, “I giorni che restano”, che nel ritornello ricorda “Abiura di me” di Caparezza, forse involontaria eco della collaborazione avvenuta nel 2008 su un altro pezzo dello stesso album. Segue “La nostra buona stella”, un brano vigoroso in cui le parole della strofa sembrano risucchiate dalla drastica negazione di qualunque rapporto umano espressa nel ritornello. “Volavo sopra le nostre vite, non c’era nulla di eccezionale”: introdotto da un delicato pizzicato di chitarra, il pezzo finale è un’eterea ballata che rappresenta la sintesi dei sentimenti fin qui espressi. Un ultimo sguardo amareggiato sulla vita, che qui è più spesso “nostra” che “mia” e al tempo stesso la voglia di agire che nonostante tutto non muore mai. È il gabbiano ipotetico di Gaber che si ostina a non ripiegare le ali e prende lo slancio per volare verso un passato migliore. L’obiettivo è ritrovare se stessi, superare a ritroso l’ansia che è figlia dei nostri tempi, la tendenza a valutarci sulla base di beni materiali e risultati raggiunti, la crescente solitudine. “Tutte le cose che voglio cambiare… ” e alla fine “piovono rane dall’alto del cielo” come in MAGNOLIA, quando l’evento bizzarro catalizza l’attenzione di tutti i protagonisti del film, che in questo disco si sentirebbero a proprio agio. “Non voglio perderne neanche una” è un modo per significare: io ci sarò. E ci saremo, viene da dire, mentre immaginiamo le rane che si stampano sul cruscotto, con gli occhi che guardano in alto paralleli a quelli dei tre ragazzi, con il senso di vicinanza e di calore che si sprigiona alla fine del disco, una condivisione che porta a compimento la vera vocazione sociale dell’arte.

Tracce:

Mammut
Comunque
Le nostre condizioni
La pista anarchica
Stare dove sono
Spingere
Se si prendono te
Caso umano
Mille settimane
I tuoi weekend mi distruggono
I giorni che restano
La nostra buona stella
Una palude

facebook Ministri “Per un passato migliore”twitter Ministri “Per un passato migliore”google Ministri “Per un passato migliore”tumblr Ministri “Per un passato migliore”email Ministri “Per un passato migliore”pinterest Ministri “Per un passato migliore”