MINISTRI @ NEW AGE

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Per la quarta volta i Ministri salirono sul palco del New Age. E io mi trovavo lì sotto come tutte le altre volte- ognuna, va detto, con sempre più gente attorno: potere di MTV! Grazie ai loro video in rotazione selvaggia, martedì sera c’è il triplo della gente che qualche anno fa si esaltò con la loro oretta scarsa di musica in apertura al concerto dei dEUS (mica pippe!) e il doppio del concerto a promozione di “Tempi Bui”. Buon per loro, ma per me mica tanto, tenuto conto che non sono riuscito a stare vicino al palco causa del pogo selvaggio di un gruppetto di energumeni, tra i quali un tizio (un po’ meno grosso degli altri, fortunatamente!) che ha continuato a spingere per cercare di passarmi davanti, finchè non mi sono girato a chiedergli: “Ma stai cercando di i*******i?!”. Non so se ha capito, ma, almeno, ha smesso subito- se volete pogare, fatelo tra voi, e non scassate il c***o a chi vuole godersi il concerto in santa pace! Nel frattempo, il quartetto ha iniziato con “Il Sole”. Il copione è il loro solito: Federico capelli unti sul viso e bocca spalancata a menar fendenti alla chitarra, Davide occhi spiritati e panza da birra dietro a basso e microfono, Michelino macina chilometri alla batteria e il maestro F., ministro senza portafogli, che si occupa di tastiere e chitarra. Solita pure la potenza sprigionata dal quartetto- i Ministri sono una somma di difetti ed approssimazioni che insieme riescono incredibilmente a quadrare, specie dal vivo. Novità, tuttavia, c’è ne sono state, negli arrangiamenti un po’ più danzerecci (DJD ha parlato di una loro “subsonicizzazione”) e nella sempre più accennata teatralità del frontman, che si è permesso lo stagediving durante l’esecuzione della ballata “Belcanto” (quella con il meraviglioso “ci meritiamo le stragi / altro che Alberto Sordi”) proposta solo con voce e chitarra.  Però l’apoteosi l’abbiamo avuta con la lunghissima “Non Mi Conviene Puntare in Alto” estenuante delirio a base di urla, basso funk e chitarre distorte, pari merito con “Il Mio Compagno di Stanza” (inutile che vi chiediate in quale album si trovi- non è mai stata registrata in studio) parecchio brutale. La stessa ferocia si trova nel crescendo di “Una Questione Politica” (J’accuse verso l’opposizione italiana e i suoi troppi compromessi con il tumore affaristico-mafioso che oggi governa questo sfortunato paese) e nella liberatoria “Noi Fuori”. “La Piazza” è, al solito, così bella da far commuovere, piena com’è di sentita disperazione civile. Ovviamente non potevano mancare “I Nostri Uomini Ti Vedono”, “Tempi Bui” e “Diritto al Tetto”, prima della conclusiva “Abituarsi alla Fine”, nella quale il basso di Davide viene prima  strapazzato dalla prima fila del pubblico, per poi finire a terra frustrato sulle corde dalla casacca del suo padrone. Un meraviglioso bordello!

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