MICAH P. HINSON (MI)

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micah MICAH P. HINSON (MI)

MICAH P. HINSON @ Salumeria della Musica (MI) – 5.12.2010
Mai come nella musica i nomi possono creare confusioni ed incomprensioni, a volte imbarazzi. Difficile da spiegare ad una nonna – ed ammesso che gliene freghi qualcosa, certo – che Bryan Adams e Ryan Adams sono due persone distinte, con personalita’ musicali distanti; o che Sebastian Bach oltre ad un compianto compositore tedesco di fine settecento e’anche il leader capellone canottiera e tatuaggi di una band metal anni novanta.  Nessuno stupore dunque quando dobbiamo spiegare a piu’ di una persona che il nostro Micah non e’ il ricciolino con la voce acuta ed i pantaloni chiassosi ed attillati che canta la sigla dello spot di (quasi tutte) le compagnie telefoniche. O meglio, i pantaloni attillati li porta anche lui, probabilmente pero’ e’ l’unica cosa che ha in comune col suo quasi-omonimo. Il nostro Micah ci da’ appuntamento alla Salumeria della Musica una domenica sera tardi, in un’atmosfera densa e prenatalizia per un set senza clamore, ma coinvolgente e partecipato, attesissimo dai pur pochi presenti. Il primo contatto con l’autore texano e’ inaspettatamente in bagno, dove entro canticchiando gagliardo, ma immediatamente zittito dallo sguardo severo di una ragazza che mi avverte che al di la di un separé di metallo proprio lui sta tenendo un’intervista: viva gli spazi promiscui, croce e delizia delle piccole venue urbane. Sul palco c’e’ solo un amplificatore, le nostre attese a riempire gli spazi rimasti vuoti. Un minimalismo da cantastorie itinerante piu’ che da musicista in tournée. Chitarra ascellare, bretelle, camiciola a scacchi con cravattino, occhialoni da nerd. E perdipiu’ si muove goffamente Micah, aggirandosi per il palco a passi troppo lunghi. Ma fin dalle prime note si rivela totalmente ipnotico, voce e chitarra emettono un calore che ci tiene tutti raccolti attorno al suo focolare sonoro. Un artista consapevole, a suo agio anche a dispetto dell’essenzialità’ del set, o forse ci trafigge proprio grazie alla raffinatezza delle semplicità. La voce profonda a tratti roca ed il suono delle sue ballate evocano cantautori emeriti, nobilitati dalla persistenza alla patina del tempo. Dylan, Cohen, Drake: la musica di Hinson si aggira nei pressi di figure monumentali della melanconia cantautoriale, che viene naturale scomodare se non per dei confronti, quantomeno per dei richiami. Micah e’ giovane ma ne ha viste parecchie, dagli abusi (i suoi), alla galera, perfino il matrimonio.  E ci tiene a mostrarci tutto il suo viatico vitale, partendo dalla moglie Ashley, la fantomatica ragazza della porta accanto, con la cui timidezza duetta verso meta’ concerto. Lei e’ bella ed innamorata, e noi li ascoltiamo rapiti dal pezzo che cantano assieme, poco importa se lei ondeggia e poco piu’. Lo segue trasognata con gli occhi, ebbra della poetica romantica e decadente come solo chi ha conosciuto la galera. Ma quella di Micah e’ una decadenza con beneficio di inventario, con possibilità di redenzione: dopotutto ha solo ventinove anni. Verso fine concerto Micah annuncia che ha scritto anche un libro, in spagnolo: “No voy a salir de aqui” – non voglio uscire da qui. E ancora una volta noi ci scopriamo a condividere il suo pensiero.

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