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maximo park 2 MAXIMO PARK

Maximo Park – Recensione del concerto ai Magazzini Generali

The National Health Tour

 
- 15 ottobre 2012

di Fabrizio Consoli

Al mattino basta veramente poco per rovinarti il risveglio. L’indulgenza del vicino col figlio sovraeccitato e zompettante, l’acqua della doccia che non ne vuole sapere di riscaldarsi: sacrosante ragioni per seppellire d’impulso il ricordo di un sonno ristoratore sotto un cumulo di parolacce smozzicate e grugniti irosi. Cosi’ l’approdo al concerto di Maximo Park, unico appiglio in un lunedi’ altrimenti livido quanto inutile. Seduti sotto il palco dei Magazzini Generali, ci saremmo volentieri goduti il tepore dell’attesa per scattare qualche foto: di parere evidentemente contrario le due (uniche) fan sfegatate, che ci martirizzano sotto il fuoco incrociato degli acuti soprani cui affidano l’impazienza di vedere i loro idoli. Rintronati e mal disposti, ci vogliono un paio di pezzi perche’ ci riprendiamo e iniziamo a goderci il concerto. I Maximo Park sono in tour per presentare il loro quarto album, The National Health, a quasi tre anni dal loro precedente lavoro Quicken Than Heart.

Li ritroviamo pressoche’ come li avevamo lasciati: una band solida e capace, con musicisti posati e  lasciati un po’ in ombra dall’esuberanza di Paul Smith, il frontman che si agita e balla con mimiche facciali degne del miglior Ben Stiller, come al solito britannicamente archetipico nel suo elegante abito alla Magritte.

Li ritroviamo anche artisticamente: la linea disegnata da Maximo Park lungo i loro quattro album e’ un rispettabile e coerente tragitto, a cavallo di un New Wave Revival ed attraverso il tempo – parecchio ne e’ trascorso dagli esordi – sempre attenti ad evitare un conformismo di maniera in agguato. Ciononostante la questione rimane: stretti in un angolo tra prevedibili atteggiamenti nostalgici ed una – per quanto possibile – non preconcetta curiosita’ verso il nuovo, il dubbio cocente che aleggia durante l’esibizione dei Maximo Park e’ quanto a lungo potranno convincere il loro pubblico senza annoiarlo, in un difficile equilibrismo tra la fedelta’ ad un movimento che conta oltre dieci anni, ed un cambiamento per certi aspetti doveroso, per altri semplicemente frutto della necessaria evoluzione che ‘insidia’ anche i piu’ coerenti tra gli artisti. Sebbene dal vivo sia evidente come la band di Newcastle dia il meglio di se’ nei pezzi upbeat dalle ritmiche serrate, lungo le quali Paul Smith riesce a districarsi tra testi a velocità al limite della lirica rap, questa volta sostengo volentieri gli slanci per cercare nuove vie. Cosi di fronte ad un quarto album tutto sommato piu’ spurio, nonostante finiscano a volte in territori che troppo stridono con la natura stessa della band, come il quasi college-rock di This is what becomes of the brokenhearted, non riesco a non apprezzare brani in chiave piu’ istituzionale, banale se volete, o semplicemente romantica.

Dunque The Undercurrents, o Reluctant Love suonano come degli approdi soffici rispetto agli assalti sonori di pezzi piu’ chiaramente riconducibili all’eredita’ della band, che a volte – confessiamolo – battono in testa come un 33 giri che suona a 45. Cosi’ anche il brano da cui prende nome l’album stesso: a ben sentire una sorta di motto politico, anatema in verita’ non troppo convinto né convincente, ma di sicuro sufficiente a smarcarsi da quella categoria musicale contemporanea che lo stesso Smith denuncia definendola sarcasticamente “happy music”.
Magazzini Generali – Milano
maximo park

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