MANU CHAO @ BORGO GROTTA GIGANTE

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MANU CHAO
LIVE @ BORGO GROTTA GIGANTE

Sono trascorsi più di dieci anni dall’ultimo concerto di Manu Chao a cui sono andata ed è un arco di tempo piuttosto lungo durante il quale ci possono essere delle svolte, anche radicali. Si cambia e cambia il proprio approccio alla musica e alla vita. Se nel 2001 ascoltavo le sue canzoni con una certa frequenza, ora i suoi cd sono lì, in uno scaffale, e solo di tanto in tanto lascio riempire la casa dai loro suoni. Non perché abbia disconosciuto Manu Chao, ma nel frattempo c’è stata la conoscenza di nuovi artisti e c’è la contingenza che spinge verso altre sonorità. L’altra sera a Trieste è stata una grande ri-scoperta. Ammetto che quando sono arrivata nei pressi di Borgo Grotta Gigante, posto spettacolare per un concerto, e ho visto la folla di persone che già erano arrivate dal pomeriggio, ho avuto una stretta al cuore: l’aspetto più evidente è stato una generale massificazione. Di abbigliamenti, capigliature, rituali. Superato mentalmente l’ossimoro no global-standardizzazione, grazie anche a qualche sparuto gruppo di persone davvero fuori dal coro, ho deciso di abbandonare la mia spicciola “analisi sociologica” per assaporare il motivo per cui anch’io, come gli altri, mi trovavo lì. I gruppi spalla, gli Elvis Jackson e i Playa Desnuda, i cui fiati sono stati invitati poi sul palco da Manu per tre pezzi, hanno iniziato a riscaldare gli animi già nel tardo pomeriggio e hanno caricato quel pubblico numerosissimo con un caleidoscopio di sonorità ska reggae e rock. Ma solo con l’arrivo di Manu Chao si è manifestata la vera magia.

In quel momento ha vinto la grande musica che ha portato emozione pura. “Mr Bobby” ha aperto lo strepitoso concerto, il pubblico felice ed entusiasta è diventato un unico condensato di energia e ha ballato e cantato instancabilmente fino alla fine. Manu, insieme all’incandescente chitarrista Madjid Fahem, allo storico bassista Michel Gambeat e al batterista David Bourguignon, ha suonato per più di due ore e mezza alternando pezzi infuocati a momenti più intimisti e riflessivi, da “Rumba de Barcelona” a “L’hiver est là”, tutti ottimamente arrangiati. Le prime canzoni non sono state i suoi cavalli di battaglia, “Dìa luna… dìa pena”, “Por el suelo” sono state le premesse per un climax che è esploso con “Clandestino”, accolto dal pubblico con una vera e propria esplosione di entusiasmo. Un gran concerto in cui non ha tralasciato davvero nulla, nemmeno un omaggio al gruppo di cui è stato leader storico. Ben quattro canzoni dei Mano Negra hanno infatti riempito l’aria del Carso triestino, “King Kong five”, “Machine Gun”, la conosciutissima “Mala Vida” e “Sidi H. Bibi”. E dopo la conclusione sulle note della trascinante “El Hoyo” la festa è continuata col ritmo reggae dei triestini Macako Jump, l’after show per i fan più tenaci ed indefessi.

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