LYDIA LUNCH Big Sexy Noise

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MG 5035 LYDIA LUNCH Big Sexy Noise

LYDIA LUNCH Big Sexy Noise (di Antonio Lo Giudice) – Photo di Michela Del Forno

In un’intervista la signora ha affermato di voler essere, anche nell’arte, una che “ingoia forte”. Nessun dubbio che i suoi soffegassi musicali siano decisamente intensi, fin dai tempi della sua adolescenza con i Teenage Jesus and the Jerks (quando menava con una gruccia i membri del gruppo che si azzardavano a sbagliare una nota) passando per la collaborazione artistico – sentimentale con un genio misconosciuto come James Thirwell aka Foetus aka Clint Ruin aka diosaquantaroba. Sempre nel solco di questa sua tradizione di spompinatrice rumorista, si pone la collaborazione con i Gallon Drunk che ha dato vita al progetto “Big Sexy Noise” – ovvero una delle forme più coinvolgenti e stordenti di blues concepibili nel terzo millennio – di scena sabato 02.04 al Plettro di Quero, nel primo concerto di un’artista di fama internazionale ospitato dal locale. Dopo i non imprescindibili Avvolte e Lacrima Christi (ma a quest’ultimi va dato merito di essersi portati dietro una notevole quantità di gnocca), Lydia e sodali salgono sul palco trattenendo il pubblico, poco numeroso ma decisamente entusiasta, con la loro presa elettrica che sarebbe durata ben stretta per tutte le due orette scarse dello spettacolo. La chitarra di James Johnston è un elettroshock permanente, il sax e l’organo di Terry Edward sono lividi colori da incubo urbano e la ritmica di Ian White pressa tutto con compiaciuta cattiveria. Il tutto al servizio della voce di Lydia, una Bessie Smith del dopobomba, i cui gorgheggi rochi si irradiano inarrestabili, anche se maledettamente controllati, fino a saturare l’intero locale. Pare incredibile, ma l’unione degli elementi crea un sound che buca il muro del rumore bianco per mutarsi in una melodia malata, sensuale e, a giudicare delle movenze delle fanciulle in prima fila, assolutamente ballabile. Lei, sul palco, è un’intrattenitrice consumata: una signora di mezz’età, in evidente soprappeso e con una scollatura mignottesca, che flirta con gli astanti barbuti, per poi lamentarsi degli uomini con le ragazze presenti. Come artista dimostra di essere il caso raro di pezzo di storia rock in continua evoluzione che non si accontenta certo di aver detto la sua una trentina di anni fa. La lunga cover di Lou Reed “Kill Your Sons”, che ha occupato l’intero bis, è la prova di come un sound originariamente cacofonico e sperimentale come il noise si sia col tempo evoluto in forma di canzone più accessibile e comunicativa, per quanto ancora minacciosa ed urticante.

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PHOTO GALLERY by Michela Del Forno
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