Loredana Berté, “Bandaberté 1974-201’ Tour”

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Loredana Berté, “Bandaberté 1974-201’ Tour”
Teatro Europauditorium, Bologna, 3 marzo 2014

Mancano ormai pochi minuti alle 21 mentre gli altoparlanti diffondono le accattivanti note di “S.E.S.S.O”, uno dei brani contenuti nell’album d’esordio di Loredana Berté, STREAKING, pubblicato 40 anni fa. Si abbassano le luci e la musica tace mentre si illumina lo schermo sullo sfondo del palco. Sulle note di “Io ballo sola”, Asia Argento interpreta tutte le sue Berté. Il bel volto disfatto e lacrimoso dell’attrice ricompare accompagnando “Notti senza luna”, un altro brano tratto dall’album del 2005, BABYBERTÉ, alternandosi a primi piani più aggressivi di Loredana. Sono due dei tre video girati e interpretati per questo disco da Asia Argento, tra l’altro responsabile delle lunghe extension a strisce bianche e nere che Loredana sfoggia anche stasera, insieme alla giacca di pelle nera e all’immancabile minigonna di jeans che lascia generosamente scoperte le gambe.

Al suo arrivo in scena, l’artista è subito accolta da un boato. Ci sono svariati posti vuoti nel teatro Europauditorium  ma il pubblico presente è il suo pubblico: la acclama e la sostiene con grande entusiasmo. Il concerto si apre con una batteria esplosiva ad annunciare “Re”, il pezzo presentato a Sanremo nel 1986, quello che fece scalpore a causa del finto pancione di nove mesi indossato sotto un succinto abito di pelle. Sullo schermo si susseguono le immagini della provocatoria performance (peraltro imitata di recente da Lady Gaga) e altri spezzoni e fotografie che ripercorrono la carriera dell’artista. Una scelta che sulle prime risulta un po’ straniante: attirati dallo schermo, gli occhi indugiano sulla giovane bellezza e la mente vola agli anni passati, rischiando di non prestare la dovuta attenzione a ciò che avviene sul palco. Questo disagio svanisce non appena compare la prima immagine di una spiaggia, preannunciando “Il mare d’inverno”, il pezzo scritto da Enrico Ruggeri e portato al successo da Loredana 30 anni fa. Il semplice presentimento di questa canzone fa già venire i brividi. Viene voglia di gridare il ritornello a squarciagola ma, come a sfidarci, Loredana reinterpreta la canzone cambiando spesso intonazione, fin quasi a scivolare nel parlato. Alla fine si avvicina al pubblico e, ringraziando, si toglie finalmente gli occhiali che indosserà purtroppo per tutta la durata del concerto.

Ci guarda: ormai ci ha in pugno. Siamo qui e ora, anche se alle sue spalle le immagini di un tempo continuano ad adescarci. Raccontano 40 anni di musica, ed è come se volesse dirci: “Vedete, questa è la mia storia”. Una carriera stellare, spesso oscurata dalle vicende personali e dalla umana fragilità, su cui i media hanno condotto la loro implacabile opera di sciacallaggio. Non è una pagina di storia musicale italiana, la sua, ma un esteso capitolo, che viene ripercorso stasera chiamando in causa altri grandi artisti: da Luigi Tenco, di cui si ripropone “Ragazzo mio” in chiave rock, a Fabrizio De André, rievocato con la “brutta pagina di storia americana” di “Fiume Sand Creek”, fino a Rino Gaetano con la pluricoverizzata “Ma il cielo è sempre più blu” qui condensata in poco più di due minuti. I loro volti si alternano alle immagini di Loredana, ed è come se stessimo sfogliando un album di ricordi.

Un filmato che ritrae Bob Marley fa da sfondo alla deliziosa filastrocca reggae “E la luna bussò”. Edoardo Bennato viene chiamato in causa in quanto autore di un pezzo mai pubblicato, “Ma quale musica leggera”, che Loredana suggerisce di registrare con i telefonini per non perdere l’occasione di risentirlo, invito rivolto anche al momento di presentare la versione in portoghese di “Esquinas”, tratto da CARIOCA, l’album di cover del cantautore brasiliano Djavan. Il susseguirsi delle altre canzoni ci riporta ai nomi dei grandi autori che hanno scritto per lei: Mario Lavezzi e Ivano Fossati su tutti. La vita privata si intreccia alla dimensione artistica in “Da queste parti stanotte, scritta in Svezia dopo una litigata (“quando sei contento non ti viene da scrivere niente, quando sei arrabbiato invece hai voglia…”) e nei momenti più toccanti, quelli dedicati a Mia Martini. Mufida”, in arabo “sorella”, è la canzone scritta per Mimì, per quella “bambina là, occhi grandi e neri, neri come i suoi pensieri” che compare più volte in una vecchia foto vicino alla sorellina e in altri scatti che la ritraggono ora vicina ora abbracciata a Loredana. Una tenerezza che si rinnova con la dolcissima “Zona Venerdì”, a metà strada tra Dalla e De Gregori, accompagnata da foto di Mia alternate a visioni del cielo e delle stelle.

Le canzoni e le affascinanti immagini si avvicendano per circa due ore e un quarto, senza mai un momento di noia per il pubblico o di cedimento da parte di Loredana, che appare in forma smagliante. Non ha bisogno di fare pause, è grintosa come non mai, con il suo corpo ben piantato a terra e leggermente proteso verso il pubblico con cui si sofferma a parlare volentieri e che la ricambia con molteplici attestazioni di affetto. La voce, divenuta ancora più potente e graffiante con gli anni, sorregge trascinanti melodie rock ma sa diventare carezzevole nei momenti più delicati in cui è possibile apprezzare tutte le sfumature del cantato, come la bellissima “Luna”, con il suo accattivante riff di basso punteggiato da tremolii di tastiera.  Esplodono le danze con i ritmi funky di “In alto mare” e con le grandi hit “Dedicato”, “Non sono una signora” e “Sei bellissima” (la aspettavo per gridarla ma l’intonazione variata mi inganna di nuovo). Ad accompagnare noi e Loredana in questo viaggio elettrizzante sono cinque giovani e bravissimi musicisti emiliani, presentati più volte durante la serata: Alberto Linari (tastiere), Andrea Morelli e Alessandro De Crescenzo (chitarra), Pier Mingotti (basso), e Ivano Zanotti (batteria). Ai cori c’è l’amica Aida Cooper, a cui viene lasciata la ribalta per un’intensa versione di “Dillo alla luna”, di Vasco Rossi, ennesimo omaggio a questa musa di tanti poeti. Al termine dell’esibizione di Aida, Loredana le consegna il piatto in cui consiste il premio sanremese della critica e lancia una frecciata a Fabio Fazio, colpevole, nel presentare l’ultima edizione del festival, di aver sorvolato sul fatto che il premio in questione è intitolato a Mia Martini.

Chiudono l’esibizione “Per i tuoi occhi” e un’interpretazione al fulmicotone di “Ho chiuso col rock’n’roll”, il pezzo inciso nel 1983 e firmato da Bernardo Lanzetti. Mi ricorda la celeberrima “I love rock’n’roll”, tanto più che suona in realtà come una dichiarazione d’amore per il rock. Il pubblico è ormai tutto in piedi, e applaude la sua beniamina. Qualcuno le si avvicina e la abbraccia cogliendo l’occasione di farsi fotografare con lei. No che non ha chiuso, questo è sicuro. Sono solo i suoi primi 40 anni.

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