LO STATO SOCIALE – L’ITALIA PEGGIORE

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Lo stato sociale – L’Italia peggiore
Etichetta: Garrincha dischi
Uscita: 2 giugno 2014

Tracklist:
- Senza macchine che vadano a fuoco
– C’eravamo tanto sbagliati
– La musica non è una cosa seria
– Questo è un grande paese (feat. Piotta)
– Piccoli incendiari non crescono
– Il sulografo e la principessa ballerina
– Forse più tardi un mango adesso testo
- La rivoluzione non passerà in tv
– Te per canzone una scritta ho
– Io, te e Carlo Marx
– Dozzinale
– Instant classic (feat. Caterina Guzzanti)
– In due è amore in tre una festa
– Linea 30

Lo ammetto: questo disco mi ha messo addosso da giorni un gran buonumore. Trasmette fiducia, diverte, commuove, illumina di poesia. Mentre esplora in maniera apparentemente scanzonata temi tutt’altro che facili e leggeri. Raccogliendo al meglio l’eredità di Rino Gaetano, non a torto già indicato tra i modelli della band. Senza mai annoiare, grazie all’alternanza di pezzi esplosivi e intime riflessioni, in un caleidoscopio di stili, dal pop rock al synth pop, dal reggae allo ska, da introspezioni pianistiche a schitarrate da spiaggia. Ho conosciuto Lodo Guenzi 3 anni fa, organizzando reading in onore di un nostro amico comune, il poeta Massimiliano Chiamenti, appena scomparso. Ci teneva assolutamente a partecipare. Mi ha colpito subito come una persona delicata e sensibile, un po’ timida. Caratteristiche che, dopo aver colpevolmente trascurato il primo album dello Stato Sociale, ho ritrovato nel suo cantato sulla hit recente “C’eravamo tanto sbagliati”.

Non è altro che la solita lista, si potrebbe dire, ancorata a un ruffiano “fanculo” che non brilla certo per originalità. Da Masini agli Zen Circus, dagli Archive a Lily Allen, per non parlare dei politici improvvisati, gli esempi sarebbero infiniti. Eppure questo “fanculo” è molto più sottile, quasi sussurrato a se stesso. Non si rischia mai di scivolare nel qualunquismo: c’è piuttosto uno slalom tra i propri dubbi e i propri rischi, una lotta contro la “parte di me che odio e non se ne va”. Un percorso nel labirinto della coscienza, in mezzo alle trappole dei luoghi comuni e delle frasi in stile social con cui tutti rischiamo continuamente di banalizzare la realtà. Quanto detto vale per l’intero album, che si regge su una scrittura ricercata e intelligente riuscendo ad azzeccare una miriade di formule accattivanti, perfette per piantarsi in testa, senza mai perdere in stile e spessore. Ascolti e ascolti le canzoni, magari leggendo i testi nel booklet, e ogni volta hai il sospetto di esserti perso qualche significato, immancabilmente affiorano nuovi strati da interpretare.

“Amore mio strappami i pidocchi” è già un incipit sorprendente, in apertura di un brano pop rock, esaltato da incisive percussioni. “Senza macchine che vadano a fuoco” si interroga sul valore della rivolta, e sulla serietà o meno con cui viene usata questa parola, tra scorci di dimostranti in festa e in lotta, visi sbattuti sull’asfalto, strade di Genova, rivoluzione francese e black panthers. Segue la hit già menzionata, che lascia il posto a un luminoso pezzo reggae, “La musica non è una cosa seria”, in cui la voce ammorbidita e il ritornello fanno pensare al duo Gazzè-Fabi, due riferimenti che non di rado affiorano nella musica dello Stato Sociale. È il momento di scatenarsi nelle danze con l’aiuto di Tommaso Piotta e Max Collina, in quell’inno irresistibile che tritura luoghi comuni sull’Italia lanciando una stoccata al prossimo “Expo” nonché alla tendenza a coprire la nostra decadenza civile e morale dietro i soliti mare, sole e buona cucina. Dopo “Questo è un grande paese”, un “Oh oh oh la la la la” che crea quasi dipendenza (ma quando smetterò di canticchiarmelo in testa?) apre il pezzo numero cinque, “Piccoli incendiari non crescono”, che si diverte ad appiccare letteralmente il fuoco a quella mania dei precetti che si potrebbe riassumere come “vivere meglio in dieci mosse”.

Segue “Il sulografo e la principessa ballerina” (ma cosa diavolo è un sulografo?), una lunga e malinconica poesia techno, che segna il momento forse più intimo del disco, la riflessione dolente di chi allo specchio si spia i segni sul viso, l’opacità degli occhi: “Sembravo lo stesso di quando bambino aggrappato alle nuvole chiedevo un passaggio per un mondo fragile”. A infrangere lo spleen arriva uno sfottò a Battiato, cui si attribuisce un inglese tale da rendere giustizia alla figura dell’italiano all’estero. Un bel pezzo da aperitivo in spiaggia, che mette allegria e fa sorridere soprattutto per il ritornello (Non lo voglio sto cazzo di ananas, forse più tardi un mango adesso… ). “Una menzogna raccontata per sentirmi grande una mano che mi cerca il cuore nelle mutande, una notte con i sogni incartati nei giornali… ” sono i bei versi che aprono “La rivoluzione non passerà in TV”, un brano pop tutto coretti e sintetizzatori ma dal contenuto tutt’altro che spensierato, per chi sa leggere tra le righe. Che traducendo Scott-Heron insinua subito una punta di amarezza in chi di noi ha vissuto stagioni di piazza e di lotte puntualmente svuotate dai media e stravolte nella percezione comune.

Si tocca a questo punto una delle vette del disco: cominciando con lo scimmiottare un po’ Vasco Rossi e un po’ Jovanotti, “Te per canzone una scritto ho” è un vortice delizioso di pianoforte e archi che ricorda De Gregori, soprattutto quello de “La donna cannone”. Una parodia delle canzoni d’amore che tuttavia funziona alla perfezione come canzone d’amore, comunicando una contagiosa tenerezza. Più vicino a Rino Gaetano è invece il pezzo successivo, “Io, te e Carlo Marx”, che ambienta slanci ideali tra possibilità e frustrazioni: “Lei scende in strada a battere e tu le salvi la vita, lui muore schiacciato dalle lamiere e non puoi farci niente, forse è per questo che continui a cantare o a fare il deficiente.” Dopo le fresche schitarrate di “Dozzinale”, intrise di cori alla Radiohead, arriva la favolosa “Instant Classic”, un’esilarante tracimazione verbale nello stile dei migliori Elio e le storie tese. Il bersaglio è la tendenza alla condivisione incontrollata di selfie e l’arciere è una Caterina Guzzanti da standing ovation. Parte poi il trenino di capodanno di “In due è amore, in tre è una festa”, un titolo che rimarrà di certo tra i nostri modi di dire, come è capitato ad altre espressioni di conio della band.

Si chiude infine con quello che per me è il capolavoro del disco, “Linea 30”, un pezzo che omaggia apertamente gli Offlaga Disco Pax. Monotona e disinvolta, la voce porta avanti un racconto in stile documentaristico che segue il percorso dell’autobus 30 in un giorno qualunque di oltre trent’anni fa. Il racconto è inquadrato nel tempo dell’infanzia e sulle prime non si capisce dove si andrà a parare. Si insinua il sospetto a poco a poco, complice la musica ambient che scava inquieta dietro la voce imperturbabile, finché si arriva alla data, e alla bomba, e alla conta dei morti, che fa rabbrividire. Si apre lentamente l’inguaribile ferita della città, con cui tutti dobbiamo fare i conti, anche chi da Bologna è stato solo adottato. Perché “chiunque passi dalla stazione fa ancora quel percorso”. Si vede tutto chiaramente, si sente. Ci si ritrova la polvere delle macerie sulle mani. Chapeau. A questo pezzo, il più bello, e a tutto il disco.

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