Live Review: The Rolling Stones in Cuba

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Diario di viaggio: i Rolling Stones in concerto gratuito a Cuba

Ne ho avute di botte di culo nella vita. Però giuro, trovarmi all’ Havana in coincidenza di uno storico concerto dei Rolling Stones, questo proprio non l’avrei mai immaginato. E devo ringraziare il fato o chi da lassù ogni tanto guarda in basso e mi concede queste piccole-grandi gioie.

Nei brevi ma intensi giorni di viaggio su e giù per l’isola, ho avuto l’enorme piacere di conoscere il popolo cubano. Persone semplici e genuine, che non negano mai un sorriso e nascondono dentro un’innata energia positiva. Per loro io sono troppo puntuale, troppo pragmatica, troppo precisa, troppo tutto. Ho così imparato che alle volte dovrei essere come un gatto (o come un cubano); sedermi, in silenzio e guardare l’infinito senza pormi domande. Sarà che per loro i problemi son ben altri, che non hanno l’abitudine a ricorrere il tempo ma semmai quella di aspettare. Attendere il bus che non si sa a che ora passa, o il documento che arriverà domani, tra un mese, o non arriverà. E poi, a che serve darsi pena, diciamocelo. Un cubano questo la sa bene, ed ha imparato ad improvvisare piuttosto che ad organizzarsi o preoccuparsi.

the rolling stones cuba concert 250x249 Live Review: The Rolling Stones in CubaNon ho ancora speso una parola sul concerto, lo so. Il fatto è che I Rolling Stones suonano da tempo, quindi su di loro ne avete già sentite tante. Tengono ancora botta dopo decenni di attività, ve lo posso assicurare: le luci erano fighe, l’audio un po’ meno, e Mick Jagger ha saltato per quasi due ore non risparmiando un briciolo di fiato. E’ stata pura emozione trovarmi lì, e forse non saprei raccontarvi il brivido lungo la schiena meglio di quanto possa fare uno dei ventimila video che già girano in rete.

Il fatto è che a rendere speciale questo evento, non è stata tanto la performance, quanto il contesto.

Va detto, i cubani non sapevano minimamente chi fossero i Rolling Stones. E dopotutto, come potrebbero. In un’isola chiusa al mondo esterno, dove non esistono YouTube e le radio libere, l’unica musica che puoi conoscere è quella approvata dal governo o che per vie traverse sfugge al controllo. Il rock era proibito sotto il regime di Fidel, e la speranza che qualcosa possa cambiare con il nuovo Castro resta forse solo un’illusione. Così, ovunque tu vada le uniche note che ti assaliranno saranno quelle del reggaeton, provenienti dalla Jamaica, passando per Santiago, fino ad espandersi in tutte le auto, le feste paesane e le case. Se poi chiedi al tassista qualcosa di più classico, alla rumba preferisce stupirti con un pezzo di Alexia direttamente dagli novanta, pur non disdegnando qualche hit di Ramazzoti o della Pausini.

Il rock un cubano non sa come prenderlo, come interpretarlo. Non ne capisce le parole, perché l’inglese a scuola non gliel’hanno insegnato. Magari è un dottore, un chimico od un ingegnere, ma è più probabile sappia parlarti in russo che in una lingua anglofona. Oltre alle quattro frasi che Jagger ha generosamente imparato in spagnolo, il pubblico seguiva la performance domandandosi come poteva ballare su quel ritmo sconosciuto, ed interpretando in un qualche modo le incitazioni che arrivavano dal palco. Sono stata la traduttrice ufficiale delle persone intorno a me, che davano via ad una specie di telefono senza fili, trasformando il ritornello di It’s only Rock n roll (But I like it) in una scoordinata versione latineggiante.

La verità è che il popolo dell’Havana è povero, nascosto agli occhi dei turisti ed allontanato al sogno americano. Tant’è che i biglietti per accedere all’area chiusa fronte palco consegnati ai soli cubani, vengono venduti per 2 o 4 CUC fuori dalle porte della Ciudad Deportiva. La poca polizia presente finge di non vedere; li lascia fare. Me lo propongono a 4 CUC, lo guardo. E’ solo un cartoncino numerato fatto con la stampante di casa, tagliato male e con sopra scritto “Invitacion Rolling Stone”. -Me estas frotando, falta una “s”- gli dico. Il ragazzino mi guarda stupito, controlla gli altri biglietti che ha in tasca. -No no, Rolling Stone, es correcto!-

La cosa mi puzza. C’è una folla di cubani intorno a me che spingono per entrare, ed hanno tutti in mano quel biglietto. Li riconosci perché per l’occasione si sono fatti belli, ed indossano la maglietta tarocca Gucci che avranno barattato con qualche turista. Vabbè, contratto sul prezzo e mal che vada, c’ho perso 1 Euro. Mi ritrovo così fortunatamente a pochi metri dal palco, nella zona destinata agli “homies”. Sono le 3 di pomeriggio e la performance della band britannica non sarebbe iniziata prima delle 20:30. Il sole all’Havana non si risparmia neanche in inverno, e brucia sulla pelle, soprattutto sulla mia, abituata alle nuvole padane.

Sono solita ai concerti di grandi dimensioni, ed ero pronta al secondo step di ricorrenza. L’attesa non mi dispiace se accompagnata ad una birra fresca e quattro chiacchiere, sono convinta rendono l’esperienza ancora più bella. A Cuba non hai molta scelta, ti destreggi tra una Cristal od una Bucanero, le uniche due birre che puoi trovare in tutta l’isola.   Hai visto un Chiringuito? Guardo spaesata intorno. Nessun ambulante, nessun chioschetto. Qualcuno vende dei piccoli sacchetti riempiti d’acqua che finiscono nel giro di mezz’ora. Il popolo accorso dal pomeriggio che ha conquistato le prime file, diventa presto disidratato, ed anche i più organizzati riescono faticosamente a resistere con dei bibitoni homemade di rum e ghiaccio nascosti da fogli di giornale od asciugamani. Però a nessuno di loro interessa la sete od il sole, perché i cubani non ne hanno molte di occasioni come questa, e la curiosità vince sull’afa. Quando mi volto dando le spalle al palco, non riesco più a vedere una fine nella marea di persone accorse alla Ciudad Deportiva. Un po’ mi sale l’ansia, nonostante ritrovarmi in mezzo alla calca assordante non sia cosa nuova.

C’è poi sempre ai concerti chi prova a fare il furbo, ma in una situazione come questa, anche chi non era riuscito a guadagnarsi una buona postazione, tentava di accaparrarsi le prime file. Gentilmente, perchè sono un popolo abituato alle buone maniere ed alla cortesia. Come non esistono delle vere regole in strada, e per fare un sorpasso o dare la precedenza si suona il clacson, anche nell’attesa del concerto era difficile riuscire a mantenere le linee, e tutto diventava sempre più caotico. L’emozione era palpabile. Gli urli e le acclamazioni partivano per qualsiasi cosa accadesse sul palco, scambiando spesso gli Stones per i tecnici che accordavano una chitarra od un fonico. Qualche giorno prima la visita di Obama ed ora una delle pietre miliari della musica stava per esibirsi a pochi passi dal centro dell’ Havana. Per una nazione chiusa alle importazioni che non conosce internet e non può avere scambi con il mondo, tutto questo ha sicuramente acceso una speranza di cambiamento, e lo potevi leggere nei loro occhi.

Partono gli scherzoni per ingannare l’attesa: -Ma lo sai che stasera suonano i Rolling, e domani gli Stones?- Ti guardano prima un po’ confusi, poi per evitare la brutta figura ridono e ti danno una pacca sulla spalla. Questo è il popolo cubano, che non si risparmia mai un sorriso. Che freme ed arde sotto le note di quello che potrebbe significare un nuovo inizio.

Sul numero dei partecipanti ne sono state dette tante, dalla pagina facebook della band parlano di 700.000 persone ed altre 500.000 al di fuori dell’ area concerto. Non riuscirei mai a tirare correttamente le somme, perchè eravamo in tanti, stretti, sudati ed accaldati, vivendo intensamente ogni minuto.

Ora mi sento una ragazza fortunata. Non tanto per aver visto live i Rolling Stones (anche se ne ho ottenuto la gelosia di mia madre). Mi sento fortunata perché conosco, imparo ed ascolto ogni giorno musica nuova. Perchè nella vita mi sono potuta confrontare con generi ed artisti di ogni dove e di ogni stile. Come poteva un’intera isola non sapere chi fossero gli Stones mi faceva così strano, dopotutto io non ho nemmeno un loro disco (lo ammetto) ma conoscevo più della metà delle canzoni. Ho capito alla fine: stavo dando per scontata una libertà. Che mondo sarebbe senza la musica. Cazzo, non ci avevo mai pensato, e neppure dopo questa esperienza riesco a capirlo od immaginarlo. Per questo forse, dal mio ritorno c’è un solo motivetto che si prende gioco la mia mente e che dipingerei sopra al cielo di Cuba: la musica non ha catene, la musica è di tutti ed accende le rivoluzioni. “Música Libre!”

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