Live Review : God is an astronaut

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God is an astronaut
Il Deposito, Pordenone, 16 ottobre 2015

A volte le scoperte musicali avvengono con tempi e modi assai particolari. Devo la mia recente passione per i God is an astronaut al mio amico Alessandro che, la scorsa estate, in viaggio verso il concerto dei Post-CSI a Marano Vicentino, me li fece ascoltare in auto. Coincidenza volle che quella stessa sera fossero in concerto a Padova, allo Sherwood Festival, e che noi ci stessimo dirigendo in tutt’altra direzione… Fortunatamente, però, a tre mesi di distanza, il tour europeo del gruppo fa nuovamente tappa in Italia, per tre date, a Roma, Bologna e… Pordenone! Accompagnato perciò dal mio mentore Alessandro raggiungo il Deposito, locale di riferimento per la musica live nella città friulana e non solo. A dire il vero, dall’esterno non sembra niente di particolare, un classico club ricavato da un edificio industriale, ma… la differenza con altri locali simili la fa l’interno, a quanto scopro poco dopo: l’acustica, infatti, è ottima!

Preceduti sul palco dai bravi viterbesi Shiver, i God is an astronaut aprono il concerto con le atmosfere malinconiche di “When everything dies”, ma ben presto a farla da padrone sono le canzoni più significative di “Helios/Erebus”, ultimo album del gruppo, uscito nello scorso giugno: “Vetus Memoria”, “Elios/Erebus”, “Pig Powder”, “Centralia”, “Agneya” vengono suonate in maniera impeccabile (e forse più energica rispetto alla versione in studio) e i fratelli Torsten (chitarra) e Niels (basso) Kinsella, affiancati da Jamie Dean (chitarra, tastiere, sintetizzatore) e Lloyd Hanney (batteria), si dimostrano effettivamente musicisti di grande talento e capacità tecnica. god is an astronaut1 250x140 Live Review : God is an astronautIn pista dal 2002, anno di uscita del loro album d’esordio, “The end of the beginning”, i God is an astronaut vengono definiti dalla critica specializzata come una delle più importanti realtà europee nel loro genere. Già, ma quale genere? La definizione non è così semplice; la realtà è che i quattro giovani irlandesi sono capaci di dare vita a un post-rock (termine abusato, mi direte…) strumentale che coniuga melodia e potenza, atmosfere epiche e impatto sonoro devastante, tanto che alla loro musica si avvicinano, trasversalmente, persone di età e gusti musicali diversi.  Lo schema di molti loro brani prevede un avvio lento, melodico, che crea atmosfere rarefatte e malinconiche, per poi evolversi in un irrefrenabile climax di ritmi incalzanti e ipnotici, con esplosioni rabbiose di sonorità heavy. Non si tratta mai però di rumore, non è uno sfogo fine a se stesso, né di una deriva compositiva; è sempre riconoscibile la tessitura della trama melodica, anche nei momenti del concerto più intensi e scatenati.

Ai nuovi pezzi i nostri alternano brani dei precedenti lavori, come la toccante “Forever lost” (da “All is violent, all is bright”) e “The last March” (da “Origins”), mentre il commiato è affidato a “Suicide by star”, ancora da “All is violent, all is bright”. Solitamente le performances live dei God is an astronaut sono accompagnate da giochi di luce e proiezioni video, tanto che il gruppo stesso definisce i propri concerti “full audio video show”; in quest’occasione è mancato l’elemento video, ma vi posso assicurare che la musica dei GIAA è talmente evocativa di suo che le immagini affiorano e si formano nella mente in modo naturale, scaturite da suoni che ispirano ora visioni paradisiache, ora scenari cupi e tenebrosi.
L’aftershow non fa che confermare l’opinione che ho degli irlandesi, persone disponibili, cortesi, genuine, spontanee. Riusciamo a salutare e a scambiare due parole con tutti i membri del gruppo e a farci autografare i loro dischi. Manca solo una buona Guinness in compagnia per coronare un concerto “spaziale” e una grande serata. Slainte!

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