L’ESPRESSIVITA’ DEL TACCO

ERNESTO TACCO IMMAGINE COPERTINA

Intervista esclusiva ad Ernesto Tacco

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 LESPRESSIVITA DEL TACCO

Eclettico e curioso per natura, si è dotato delle più diverse tecniche espressive. Ha studiato mimo, danza, canto, recitazione, uso delle maschere, improvvisazione teatrale e tap. Da 30 anni, col nome d’arte di Ernesto Tacco, si definisce portatore sano del morbo della tap dance americana, di cui è maestro, e che ha studiato nello stile del rhythm tap e del black american rhythm, diventando un forte improvvisatore. 

Come è iniziato tutto?
Dall’incontro fortunato con un maestro inglese molto bravo Basil Pattison, che venne a Firenze intorno al 1985 e cercava allievi maschi. Ero un attore curioso di qualunque forma artistica espressiva, utile per la scena e, fin da ragazzo, ho sempre ascoltato jazz.

Cosa significa per Lei la Tap Dance?
Musica, ritmo, movimento incisivo e fluido insieme. Mi mette allegria anche solo sentirne pronunciare il nome. E’ una delle cose più belle e originali che gli americani abbiano mai prodotto artisticamente. Frutto, come il jazz stesso (visto che nascono negli stessi anni), di una autentica fusione di culture e stili musicali lontanissimi tra loro. Non ho mai incontrato un tap dancer o un jazzista razzista.

Cosa cerca di trasmettere ai suoi allievi e al suo pubblico quando si esibisce?
Ai miei allievi cerco di dare basi corrette e scioltezza. In Italia tutti amano il “Tip Tap”, ma pochissimi sanno di cosa stiamo parlando, per cui spesso mi trovo subito a dover correggere il corretto uso del peso, e quindi eliminare la rigidità del movimento. Quando mostro passi e tecnica classici, o miei originali, quando dai piedi mi scappa un “riff” all’improvviso, vedo brillare di entusiasmo i loro occhi. Ecco è questo che voglio infondere: entusiasmo, il carburante necessario per praticare una tecnica di danza piuttosto impegnativa, che nel breve periodo sembra dare scarsi risultati, ma che, se praticata con continuità, diventa parte del tuo modo di essere, come danzatore e percussionista insieme.
Il pubblico durante i miei concerti ammutolisce, rimane basito, salvo esplodere alla fine della musica. Vedono a pochi metri di distanza la magia del ticchettio dei ferri, che associano al fascino della grande arte di Fred Astaire o Gene Kelly, ricordando i loro film più famosi. E’ raro veder fare tap dance in Italia dal vivo. Lo dimostra il fatto che alla fine del mio lavoro, indipendentemente dall’età, vengono spesso a chiedermi di mostrar loro le scarpe “sotto”, increduli che non ci sia un meccanismo automatico.
La situazione della danza e del teatro in Italia. Previsioni?
Ahimè, questo è sotto gli occhi di tutti. Per essere schietto direi uno sfacelo. Circa 25 anni di non cultura e intontimento mediatico, che ha sostituito i valori autentici con falsi obiettivi, hanno dato a pieno i loro frutti. A volte la gente non ha più nessuna idea della qualità artistica, anche perchè molti, nella loro esperienza, non trovano termini di paragone. Nel teatro, da cui provengo, come nella danza. Per fortuna i giovani non guardano più la televisione e su you tube oggi possono cercare con estrema facilità il lavoro dei maestri e degli artisti di qualità. Per quanto riguarda il lavoro dal vivo occorre ricostituire un circuito andandosi a cercare e a formare un nuovo pubblico, lontano dai sistemi di distribuzione in mano per troppo tempo a pessimi “politici della cultura”, che tra l’altro non dispongono più dei soldi coi quali esercitavano il potere fino a pochi anni fa, senza nessun rispetto per chi non faceva parte del loro clan.


Piani futuri?
Voglio continuare a impegnarmi nel far crescere il Tap Lab Firenze, che ho creato due anni fa, decidendomi a dare sede stabile alla mia esperienza come tap dancer nella mia città. I corsi stanno aumentando e il clima umano è fantastico, grazie anche all’aiuto prezioso di una mia “antica allieva”, Eva Agostinelli, che è la mia assistente ed è dotata di un entusiasmo contagioso. Purtroppo il periodo di crisi non ci permette ancora di ospitare maestri di livello internazionale per fare stages intensivi, ma intanto i nostri ferri non smettono certo di tenere il tempo e creare coreografie originali.

Inoltre faccio concerti con 4 formazioni musicali diverse, suonando nei teatri come nei locali di varie dimensioni, ovunque ci siano interesse e condizioni tecniche adeguate per far fruire al meglio il pubblico dell’evento.

Consigli a chi volesse addentrarsi nel mondo della tap dance?
Direi: avanti, c’è posto! Tenendo ben presente che non si tratta di zumba, ma di una delle prime street dance di cui si ha memoria, che ha accompagnato la storia del jazz fin dalle origini, all’inizio del ’900. Occorrono buoni maestri, e in Italia non è facile trovarli, ma se si comincia, e il morbo si insinua nei piedi, nelle orecchie e nel cuore, allora non sarà facile smettere. E i maestri si va a cercarli ovunque si trovino, come ho fatto io. Fondamentale, quando si sono ottenute basi tecniche decenti: praticare, praticare, praticare…

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