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kyuss KYUSS, BLUES FOR THE RED SUN

LIMELIGHT:
KYUSS, BLUES FOR THE RED SUN
(di Eugenio Zazzara)

Un vulcano proprio al centro di Palm Desert. Dopo i primi sbuffi di fumo dal pinnacolo, arrivano i primi segnali di un’eruzione imminente. Rivoli di lava cominciano a riversarsi sul versante, a lambire le pendici e a riscaldare la superficie. Un secco e semplice rimbombo e il magma ci ha già travolto. Furioso, denso, inarrestabile. Una discesa a valle violenta e travolgente, un muro sul quale si erge John Garcia, che squarcia il sudario di cenere e lapilli. Neanche il tempo di finire di surfare tra i detriti, i nostri si ritrovano su di un treno lanciato a folle corsa. Prima vuoto, con solo le zampate di Josh Homme a sostenerne l’impeto; poi tutti a scorrazzare selvaggiamente. Una corsa furiosa lungo un canyon, col fiato sospeso. L’assolo di Nick Oliveri, i piatti rutilanti di Brant Bjork. Tutti sugli scudi e a spalare carbone.

“Thumb” e “Green Machine”: così si apre “Blues For The Red Sun”, disco-emblema dello stoner e patrimonio musicale degli ultimi 20-25 anni almeno. Non già abbastanza storditi, si continua. “Molten Universe” sembra concedere qualcosa sulla velocità, ma la mano è quella pesante di sempre. Un pezzo quasi doom che, una volta fatta l’abitudine al ritmo, cambia marcia raddoppiando il tempo. Andamento banale quanto si vuole, ma ci trovate qualcosa da ridire? Con “Thong Song”, le fronde si diradano per lasciare spazio a un semplice giro blues graffiato dalla voce di Garcia. Ma l’alluvione è dietro l’angolo: dopo alcune sfuriate puntuali e isolate, gli argini cedono e la valanga travolge ogni cosa. “Apothecaries’ Weight” invece ha più il sapore di una cavalcata su un plateau: l’aria è però densa e torrida come sempre, da tagliare con un coltello. Con “Caterpillar March” basta il titolo per capire su quali frequenze sintonizzarsi. Frane e smottamenti precedono “Freedom Run”: il basso inizia a far girare i pistoni, la chitarra trasuda grasso di motore, scandendo un riff del quale Toni Iommi non potrebbe che essere orgoglioso. “800″ è invece un pezzo di bravura di Bjork: un numero percussivo dallo spirito bonhamiano ostentato con orgoglio.

“Writhe” ha un piglio metal senza fronzoli, con Garcia quasi malinconico, mentre “Capsized” è una momentanea deviazione acustica: poco più che un pit stop per lasciar raffreddare cofano e pedali. Ad “Allen’s Wrench” basterebbe poco per trasformarsi in stoner-hardcore: rinunciando ai preliminari di “Thumb”, qui ci si lancia senza remore in mezzo a una carica di gnu.
“Mondo Generator” è un altro attacco a colpi di pentatonica, con la voce che si fa strumento e distorsione in mezzo al calderone. “50 Million Year Trip” è l’ultima volata, forse il pezzo più vario e cangiante del lotto: passa da una prima parte superbamente stoner a una seconda deliziosamente psichedelica, avvolgente e proiettata verso l’infinito. Dalle ingenuità di “Wretch” alle derive psichedeliche di “…And The Circus Leaves Town”, è questo disco a contenere la perla più preziosa dello stoner. Revivalisti ma ineguagliabili, filologi ma originali: i Kyuss (John Garcia, Josh Homme, Nick Oliveri, Brant Bjork) hanno imbrattato il muro del rock con inchiostro indelebile. Con un cocktail esplosivo di hard rock, metal e psichedelia, la cui cifra stilistica più evidente è la reiterazione ossessiva del riff, di nuovo elevato a sommo principio ispiratore, hanno smentito per l’ennesima volta le solite voci che davano il rock per spacciato. Smentite a colpi di suoni mai così cavernosi e distorti. Per dirla alla Garcia, ‘we’ll never forget you’.

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