Iron Maiden. Una cavalcata “running free”

Da qualche mese sugli scaffali delle librerie italiane è comparsa, tra l’ormai vasta produzione di libri di carattere musicale, la biografia di un importante gruppo heavy metal, gli Iron Maiden. In questo caso si tratta proprio di un evento, per una serie di motivi: prima di tutto sui Maiden in Italia non c’era praticamente nulla su carta stampata, se non qualche vecchia pubblicazione, ormai fuori commercio, e poi bisogna considerare che si tratta della prima biografia ufficiale della band, praticamente commissionata da Steve Harris, fondatore, bassista e leader storico del gruppo, a Mick Wall, giornalista di “Sounds”, da sempre vicino ai Maiden e amico personale di Harris. L’edizione originale, apparsa nell’ormai lontano 1998, e giunta nel 2004 alla terza edizione, si intitola “Iron Maiden. Run to the hills”, da noi il titolo del libro è diventato “Iron Maiden. Le origini del mito”, pubblicato dalle edizioni BD. La biografia non si presenta in forma classica, ma è organizzata in capitoli dedicati ai vari membri del gruppo, in modo da dar voce a (quasi) tutti e offrire al lettore punti di vista diversi, magari anche sullo stesso periodo o episodio particolare. Naturalmente la prima parte dell’opera è incentrata sulla vita e sugli esordi musicali di Steve Harris: dalle sue parole infatti veniamo a conoscere la genesi del gruppo (sul finire degli anni ’70), il cui nome si ispira  al film “L’uomo dalla maschera di ferro”, l’avvicendarsi dei primi compagni di avventura nel gruppo, il crescente successo dal vivo nei live nei pub, la sua tenace determinazione verso il successo, il fortunato incontro con il dj Neal Kay, l’invenzione di Eddie, la celebre orrorifica “mascotte”, la nascita della New Wave of British Heavy Metal, di cui i Maiden saranno i portabandiera. Mick Wall, pur essendo così vicino ed amico di Harris, ha il merito di aver mantenuto i contatti anche con gli altri membri del gruppo, anche quelli fuoriusciti, e riesce dunque a dare voce a visioni e interpretazioni che non siano Harris-centriche. A fianco del ruolo del bassista emerge così l’importanza del chitarrista Dave Murray (nel gruppo fin dal 1976), del primo cantante, Paul Di’ Anno, sostituito a partire dal terzo fortunatissimo album, “The number of the Beast” (1982), da Bruce Dickinson, di Adrian Smith, di Nicko McBrain e di Janick Gers, oltre al ruolo determinante del manager Rod Smallwood e del produttore Martin Birch. Il libro, la cui lettura è resa piacevole proprio da questo continuo cambiamento di punti di vista, si sviluppa così in una travolgente cavalcata (ovviamente “Running free”!), che racconta l’ascesa del gruppo ai vertici mondiali del rock. Il racconto però, che è approfondito e dettagliato per quasi tutto il libro, cambia registro quando ci si avvicina alla fine dell’opera: l’uscita dal gruppo prima di Smith e poi di Dickinson nei primi anni Novanta e il loro ritorno, a partire dal ’99, vengono sì narrati, ma sembra un inciso; L’esperienza poco fortunata di Blaze Bayley, sostituto di Dickinson (e facile capro espiatorio del poco successo degli album “The X Factor” e “Virtual XI”), viene addirittura liquidata in cinque righe! Certo, il sottotitolo del libro è “le origini del mito”, e le origini sono sicuramente sviscerate. Forse dovremmo aspettarci una seconda opera a firma Mick Wall, che ci racconti meglio la seconda parte della storia ultratrentennale degli Iron Maiden, gruppo definito nel breve capitolo finale dall’autore come “una delle tante truppe del rock ‘n’ roll. Forse la più combattiva. Di certo, una truppa invincibile”. Nell’Olimpo dell’heavy metal. From here to eternity.

Francesco Nicolli

MIck Wall, “Iron Maiden. Le origini del mito”, Edizioni BD, 2010.

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