ZEBRA

INTERVISTA ESCLUSIVA:

ZEBRA

Chi eravate prima di diventare ‘Zebra’. Raccontateci il vostro percorso musicale.
Giacomo e Luca: noi suonavamo insieme, con Zoppa (un altro batterista), in un gruppo chiamato “Opium the folks”
Andrea: Prima di diventare un quadrupede suonavo la batteria con gli “Ivy garden of the desert”.
E’ nato tutto da un incontro molto casuale e allo stesso tempo atteso da tempo, tra Andrea e Giacomo al tempio di Possagno.

Perchè ‘Zebra’?
La metamerica striatura conferisce eleganza e volumetria ad un sedere la cui tonicità glutea, perfezionata nel corso dell’evoluzione Darwiniana, ha determinato la selezione della specie equina con il più piacente lato B di tutta la savana. Solo i migliori culi scappano dai più affamati leoni.

Ascoltando ‘Homo habilis’, il vostro EP, ci ha colpito molto il fatto che ogni brano racchiuda diversi tempi e stili al proprio interno, una sorta di crossover continuo. Gli Zebra dunque sono tutt’altro che bianco e nero… che colore dareste al vostro sound?
Si possono percepire diversi colori e immagini (che a volte si ripetono più volte nel disco) all’interno dei nostri brani, proprio per il fatto che c’è una sorta di irrequietezza che muove le strutture. Un caleidoscopio potrebbe rendere bene l’idea.

Come e dove nascono i vostri  brani?
I nostri pezzi nascono principalmente improvvisando, o da spunti personali, che poi vengono rielaborati insieme. Ci piace suonare in posti diversi, non abbiamo una sala prove fissa. Ci è capitato anche di provare all’aperto in collina, siamo itineranti.

“We turn grey into gold. Just a few words in the space”, è una frase tratta dal vostro singolo ‘Blanco’, inserito nella seconda compilation di Sound&Vision, ma anche la vostra presentazione sui social, spiegatecene il significato.
Tutti i nostri pezzi sono caratterizzati da un insieme di immagini, anche slegate tra loro; non raccontano storie (quelle classiche con un inizio ed una fine). Questa frase appunto, è una delle immagini a cui siamo più affezionati, forse perche la canzone è nata il primo giorno in cui ci siamo trovati a suonare insieme. Non c’è molto da spiegare, (libera interpretazione), se non che ci piace molto giocare sulle singole parole isolate dai vari contesti e quindi, di conseguenza, sul loro suono primordiale.

Vista la vostra intensa attività live, in che tipo di contesto preferite esibirvi?
Non abbiamo preferenze, ogni contesto ti da emozioni diverse, nei locali piccoli apprezziamo molto il calore e la vicinanza della gente che, a volte, è a un metro dai nostri nasi e cosi possiamo annusarla. Nei festival è tutto più grande e rock ‘n’ roll, senza dubbio. Ci piacerebbe molto suonare nei boschi o nelle colline o di fianco a laghi o fiumi, questo si.

Se foste spettatori di voi stessi come vi vedreste dal vivo?
Eclettici e camaleontici.

Cambiamenti e/o progetti in cantiere?
Cambiamenti al momento non ne abbiamo in programma, pensiamo a goderci le date che faremo quest’estate, a far ascoltare a più orecchie possibili il nostro disco ‘Homo Habilis’ e ad ultimare i pezzi nuovi a cui stiamo lavorando già da alcuni mesi.

Un vostro punto debole, un vostro punto forte.
Il nostro punto forte è conoscere i nostri punti deboli, che però vi diremo un altro giorno. Difetto: ci piace ballare ‘Maracaibo’ quando siamo felici.

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