WATERPROOF

INTERVISTA ESCLUSIVA

AI

WATERPROOF

Chi eravate prima di diventare Waterproof. Raccontateci la vostra esperienza passata e presente.
Due studenti in tecniche artistiche e dello spettacolo, uno studente di economia dell’arte ed un indigeno veneziano accomunati dalla passione per la musica. Ognuno di noi ha avuto esperienze piuttosto diverse in campo artistico – musicale (dal rock, al folk, al jazz, alla drum and bass ed alla techno/tekno, alla musica concreta, fino all’arte di strada). Esperienze che sono andate ad arricchirsi a vicenda grazie alla voglia di divertirsi sperimentando nuove strade ed impastando assieme ingredienti inusuali.

Perché questa “resistenza all’acqua”?
“Waterproof”, resistenti all’acqua salmastra della laguna di Venezia, habitat che sa essere accogliente quanto ostile.
Fucina di idee, storico centro culturale internazionale ma anche realtà provinciale. “Città più bella del mondo” e fogna a cielo aperto data in pasto al turismo di massa ed alle speculazioni.
Venezia palesa ed estremizza le tensioni culturali che coinvolgono l’Italia (e l’Occidente) in questo momento.Vogliamo essere impermeabili a tutto questo, così come alle etichette di genere: non solo in senso musicale. Impermeabili ad un sentire generale di malessere che accompagna il mondo dell’arte e della cultura da un po’ di tempo a questa parte. Il nostro scafandro è forte, è fatto di musica allo stato puro!

Sappiamo che voi non registrate i brani, ma proponete solo musica dal vivo, come mai questa scelta? Avete mai pensato di incidere qualcosa?§
Un piccola premessa: Waterproof è un gruppo di improvvisazione. Non abbiamo brani, canzoni, canovacci, nessun suono pre-registrato. Nessuno schiaccia un tasto “play”. Tutto quello che proponiamo è frutto del momento, come una chiacchierata tra amici… Qualche argomento ritorna, certo, ma nessuna chiacchierata è mai uguale ad un’altra.
Il pubblico stesso è incluso fra gli amici. Il pubblico infatti ha un ruolo fondamentale nel processo creativo di un concerto. A seconda del numero e della tipologia delle persone che ci troviamo di fronte quando suoniamo, nonché del contesto in cui ci troviamo, il concerto prende pieghe molto diverse.
Abbiamo pensato spesso se incidere o meno e non abbiamo ancora escluso del tutto questa possibilità. Se questo accadrà sarà probabilmente una raccolta di registrazioni di concerti dal vivo, sempre e rigorosamente improvvisati e post prodotti solo per quanto riguarda il mastering. Vorremo evitare il lavoro di taglia e incolla ma proporre solo dei ricordi fedeli.

I brani dal vivo sono proposti tali e quali a come li strutturate durante le prove o di volta in volta vengono reinventati durante il live in base a situazioni ed emozioni del momento?
Ho già in gran parte risposto a questa domanda. Non abbiamo brani, improvvisiamo ogni concerto dall’inizio alla fine.
Durante le prove la maggior parte del tempo facciamo jam sessions. Usiamo dei sistemi ispirati alla conduction del free jazz. Non c’è un unico direttore ma, ad estro, ognuno di noi può prendere l’iniziativa e fare dei segni agli altri, cercando di guidarli verso uno stacco, un cambio, un’evoluzione, un nuovo colore.
Abbiamo provato ad ispirarci a generi, emozioni, colori e geometrie… Abbiamo provato a fare storytelling, ad imitare strumenti musicali di nuova generazione (esempi più lampanti la batteria che, in molti momenti, imita una drum machine o basso e didgeridoo che imitano dei synth).
Il nostro modo di suonare è basato sull’interplay, è profondamente influenzato dal nostro rapporto e dall’emotività; se siamo felici, tristi, se abbiamo litigato o giocato tutto il pomeriggio a frisbee, se siamo innamorati, malati, confusi… Tutto questo lo portiamo con noi sul palco molto più che se avessimo dei brani composti.

In quali contesti portate la vostra musica?
Principalmente in contesti legati al divertimento notturno ed al ballo, quindi locali d’inverno e festival d’estate, spesso ad eventi di musica elettronica, ma non solo. Più raramente è capitato di esibirsi a festival di arte contemporanea e, se ce ne sarà nuovamente l’opportunità, non disdegneremo di farlo di nuovo.

Come fa un ascoltatore ad avvicinarsi ai Waterproof vista la mancanza di materiale inciso? Cosa si può aspettare un ascoltatore che vede per la prima volta i Waterproof live?
Il modo migliore è forse quello di guardare alcuni video di nostri concerti su Youtube o sulla nostra pagina Facebook. Questo perché il video rende un’idea di quello che facciamo dal vivo. Il materiale audio inciso in verità c’è: si tratta di estratti dai nostri concerti. Si trova tutto su Soundcloud in free download. Non sempre ci sono le condizioni per registrare con una qualità adeguata…Anzi, spesso è capitato di non poterlo fare affatto. Cosa possa aspettarsi un ascoltatore, a grandi linee: un gruppo che si rifà a generi di elettronica quali drum and bass/jungle, techno, psytrance, freejazz e musica contemporanea, ma senza usare campioni pre-registrati, improvvisando tutto e, spesso e volentieri, destrutturando i suddetti generi creando delle strane commistioni tra di loro. Tutto questo usando strumenti musicali piuttosto strani… Spero sia una definizione esaustiva che possa creare un’aspettativa abbastanza corrispondente alla realtà!

Che rapporti avete con il panorama musicale di oggi?
Oggi siamo divisi tra le più grandi banalità mainstream e realtà interessantissime, sia in ambito underground che “colto”. Ce n’è per tutti i gusti.
Propensioni personali a parte, siamo tutti e quattro abbastanza aperti ad ascoltare di tutto, purché ci siano qualità ed almeno un pizzico di novità, gusto per la sperimentazione.
Se poi vogliamo parlare di “panorama musicale” anche dal punto di vista della produzione, del marketing e dell’industria della registrazione, siamo molto improntati all’autopromozione/autoproduzione e siamo figli del nostro tempo. Da qui anche scelte, che possono anche apparire assurde, come quella di non registrare un disco, di prediligere la dimensione live e dedicarsi interamente all’improvvisazione.

Siete a conoscenza dell’esistenza di altri gruppi che hanno lo stesso approccio alla musica (solo dimensione live), esiste un filone specifico in Italia o all’Estero?
Per quanto riguarda la scelta di genere, esistono già da tempo progetti che “imitano”, afferiscono o si ispirano alla musica elettronica utilizzando strumenti reali o anche oggetti. I primi sono stati i pionieri concretisti o minimalisti degli anni ’50 ne ’60, come Steve Reich. Per la musica leggera attuale, penso a Elektro Guzzi, Ozric Tentacles, Jojo Mayer & Nerve, Matmos o in Italia a LnRipley.
Non sono però a conoscenza di progetti che accoppiano questa scelta alla decisione di lavorare anche sull’improvvisazione radicale e di privilegiare la dimensione dal vivo. Sarebbe certamente auspicabile!

 

Se voi foste spettatori di voi stessi, come vi vedreste dal vivo?
Probabilmente un tentativo di proporre una alternativa forte ad una cultura musicale al collasso. Un tentativo di rispondere al consumo passivo di musica favorito dalle playlist di Spotify e Youtube con un’esperienza di ascolto attivo dal vivo. Ma ogni risposta qui può essere solo personale.

Un vostro punto debole, un vostro punto forte
Il nostro punto forte è certamente la scelta di improvvisare tutto dal vivo: crea una profonda dimensione di contatto col pubblico e con noi stessi, oltre a essere molto divertente e creativo. È un processo molto serio che tentiamo di compiere a cuor leggero, come il gioco di un bambino. Il nostro punto debole è certamente… La scelta di improvvisare tutto dal vivo! L’altro lato della medaglia è che è molto più facile commettere errori sul palco, si è molto più soggetti a problemi tecnici e abbiamo sempre bisogno che il pubblico sia con noi, perché i nostri concerti non sono a senso unico: lo scambio di energia con il pubblico è alla base del nostro lavoro.

 

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